La figura del mediatore linguistico-culturale è un qualcosa tuttora molto discusso nella società italiana, una discussione dovuta principalmente all’enorme confusione terminologica che circonda la definizione di mediazione.

Mediazione, dal significato letterale di mediare, vuole significare appunto la capacità di risolvere un conflitto, un problema, che si frappone tra due specifiche entità o persone. La figura del mediatore si inserisce quindi in Italia fin dall’inizio degli anni ’90 con un preciso scopo sociale, ossia quello di aiutare a risolvere il problema dell’integrazione dei “nuovi italiani”, problema questo relativamente recente per un paese come l’Italia dove le prime ondate migratorie cominciarono ad essere registrate solo a partire dagli anni’70.

 

I flussi di filippini, cinesi, magrebini, sudamericani cominciarono quindi ad imporre all’attenzione delle istituzioni italiane una questione fondamentale per lo sviluppo del paese, ossia l’integrazione di questi nuovi arrivi nel tessuto sociale.

Di fronte all’Italia si profilarono così come esemplificative le esperienze di integrazione di due importanti vicini europei, l’Inghilterra e la Francia, con i loro due modelli profondamente diversi tra loro: quello inglese, composto da un’integrazione ma con riserva, ossia con i diversi gruppi etnici naturalizzati nella società inglese ma tendenti a rimanere in enclave rigidamente separate, e quello francese, dove gli immigrati (per lo più proveniente dalle ex-colonie, come nel caso inglese) sono stati completamente assorbiti nella società francese, ma rimanendo comunque ai livelli più bassi e marginali.

Per l’Italia si prospettava una scelta tra queste due vie, che però ancora non è stata realizzata, e anzi è proprio di questi anni la proposta generale di una ricerca di una “terza via” italiana per l’integrazione.

 

A questo scopo è apparsa sempre più come fondamentale la figura del mediatore linguistico-culturale, intesa come quella di un operatore sociale, con competenze burocratiche e giuridiche, che possa aiutare ed agevolare gli immigrati nella loro opera di integrazione nella società italiana. I problemi però non sono mancati fin da subito, essendo le istituzioni e il tessuto socio-culturale italiano in genere ancora impreparati ad una reale opera di accoglienza del cosiddetto “altro”, e quindi il mediatore spesso è stato relegato ad una semplice opera di interprete, di tramite linguistico tra l’individuo straniero e l’istituzione italiana, tralasciando quella che avrebbe dovuto essere la sua importante opera sociale di avvicinatore tra le due parti, spesso separate da veri e propri abissi di incomprensione.

Quello che quindi ci si chiede, è quando e se si intuirà l’importante funzione sociale che potrebbe essere attribuita ai mediatori, e fargli fare quel salto di qualità da “semplici” interpreti, a mediatori interculturali. Una figura quindi con una forte responsabilità sulle spalle, ma con un importante compito che ha un ruolo centrale in un paese nel quale ormai si hanno più di un milione di ingressi di stranieri intenzionati a risiedere stabilmente all’anno.

 

La cosiddetta terza via italiana, che consiste per lo più nell’immaginario delle istituzioni in un generico “il tempo sistema tutto”, è chiaramente un potenziale pericolo per un sistema di coabitazione efficace tra i vari gruppi etnici e culturali che costituiscono e costituiranno il paese.

Il palese fallimento di questo modo di pensare è testimoniato per esempio da zone come quelle di piazza Vittorio Emanuele II vicino la stazione Termini a Roma, dove le diverse etnie sono fortemente chiuse in enclave che hanno scarsissimi contatti, o li hanno in maniera per lo più conflittuale, con la comunità italiana circostante.

Il risultato di una tale integrazione è ovviamente la non-integrazione, nella quale ci si ritrova in uno Stato dove gli stranieri sono sempre più stranieri, anche quando formalmente sono nuovi italiani per cittadinanza, e per questo il mediatore culturale può avere il ruolo decisivo sopra accennato, non per una integrazione altrettanto sbagliata nella quale si chieda di annullare la propria specificità culturale, ma per una società multiculturale nella quale la presenza di varie culture e varie voci che formino un’unica anima statale non sia un’utopia ma una concreta realtà.

 

Si tratta di una sfida per quale il mediatore culturale in questione deve essere animato anche da un certo idealismo, oltre che da una solidissima preparazione per la quale le sedi accademiche già stanno rispondendo, in certa maniera.

Da qui il consiglio che dà una mediatrice culturale di origine cilena a coloro che vogliono affrontare questa professione: “più che un semplice lavoro, la mediazione culturale è una vocazione, pertanto, una persona che non sente la necessità di aiutare i propri simili, non potrà mai essere un buon mediatore.”.


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Ed ecco l’ultima parte di questa serie.

Ora, faremo per Informatica la stessa analisi fatta per Ingegneria Informatica, per poi confrontare i due corsi. Scelgo anche qui il curriculum utile ad accedere alla Laurea Magistrale senza debiti formativi, quello metodologico.

Il primo anno l’ho ben analizzato qui, ma ve lo ripropongo:

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Come promesso nella serie di articoli Studiare Informatica alla Sapienza, in questa miniserie di articoli esaminerò il piano di studi del Nuovissimo Ordinamento di Ingegneria Informatica, sempre alla Sapienza, confrontandolo con il nuovo corso di laurea in Informatica, e dando i miei personalissimi giudizi di merito.

Innanzi tutto, una panoramica del Corso di Laurea

Vi sono due indirizzi:

  • Indirizzo Sistemi Informatici (18 crediti esami, 12 crediti tirocinio)
  • Indirizzo Propedeutico alla Laurea Magistrale (PLM) (30 crediti esami)

Con il primo, si fa un esame in più al primo anno (Statistica) e uno in più al terzo anno (Diritto nella Società dell’Informazione), e uno a scelta tra Progetto di reti e sistemi informatici e Progetto di applicazioni software, entrambi al terzo anno.

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Il nostro gruppo nasce da un progetto preciso e le sue origini risalgono all’idea della Professoressa Irene di costituire un coro di lingua tedesca che cantasse in occasione delle feste.
L’invito a partecipare era stato esteso a tutti gli studenti del corso, tuttavia a raccogliere la proposta siamo stati in pochi.

La prima occasione di metterci alla prova è arrivata a pochi giorni dalle vacanze natalizie del Dicembre 2007, quando ci siamo “esibiti” davanti a studenti e professori mentre si festeggiava il Natale in Aula 6.

In seguito abbiamo intonato i nostri canti e canzoni nelle più svariate occasioni, fino ad esibirci al Goethe Institut durante la festa di arrivederci per la professoressa Ulrike, di ritorno in Germania.

Scheda dei membri

Alessandro: è il chitarrista del gruppo e sa cantare anche come basso o tenore nelle performance esclusivamente vocali. La sua età non è definita, ma si può dedurre misurando la lunghezza dei capelli, che non taglia dalla nascita.

Silvia: una ragazza acqua e sapone e senza peli sulla lingua. E’ nota a molti perché nei momenti in cui hai troppa fame e uccideresti per una crosta di pizza masticata, lei ti parla dei piatti succulenti che prepara a pranzo e cena.

Serena: è la voce portante del gruppo e ogni tanto si diletta alla chitarra. Ha una spiccata vena artistica e spesso sogna ad occhi aperti. Cosa positiva: il suo gatto è bellissimo. Cosa negativa: abita troppo lontano.

Antonella:non sa cantare né suonare. In compenso riesce sempre a far ridere gli altri grazie alle sue figuracce eclatanti. E’ alla costante ricerca di distributori automatici con resto avanzato.

Professoressa Irene: suona la chitarra e il violino e canta. E’ la coordinatrice e la promotrice del gruppo, i suoi metodi per organizzare le prove e le attività del coro spaziano dalla persuasione alla minaccia fisica.

Il componente misterioso: l’identità di questa persona varia ad ogni esibizione. Ogni volta che cantiamo c’è sempre qualcuno che si aggiunge all’ultimo secondo.

Fabio: è una figura costantemente presente e l’addetto principale al supporto morale. Recentemente ha fatto anche da reggi-spartiti.


Davide: è il cameraman ufficiale delle nostre esibizioni, nonché l’addetto al montaggio dei filmati. Senza di lui non avremmo mai potuto diffondere le nostre immagini.



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Leggenda universitaria

da phantom, in Cronache Universitarie, Fun | 29 Luglio 2008 @ 10:59 | un commento

Dovete sapere che Villa Mirafiori è una delle sedi distaccate dell’Università Sapienza di Roma. Si dice che nei sotterranei dell’antico edificio, al di sotto degli intricati corridoi della biblioteca, si aggirino degli spettri. Questi fantasmi sono le anime dei vecchi professori che hanno insegnato in quel posto e che ora proteggono e sorvegliano la Villa.
Accadde una volta che uno studente, in preda all’agitazione durante un esame scritto, non riuscisse a rispondere neanche a una domanda, nonostante avesse studiato tanto. Uno dei fantasmi, accorgendosi di quello che accadeva, apparve al ragazzo e lo aiutò a portare a termine l’esame. Fu promosso con un ottimo voto.

Ecco perchè i ragazzi a Villa Mirafiori si presentano quasi sempre agli esami: nei momenti in cui sembra loro di non ricordare nulla, c’è uno spettro pronto ad andare in aiuto.


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Vengo dal liceo scientifico, dove ho studiato in modo non troppo approfondito la lingua inglese.
Prima di iscrivermi alla Sapienza mi ero fatta un giro per altri istituti pubblici e privati in cui è attivo il mio corso di laurea per farmi un’idea dell’offerta a Roma in generale.

Poi mi sono detta: non voglio finanziare da subito l’istruzione privata, mi farò lì i due anni di specialistica.
La scelta della specialistica in un istituto privato, non è da considerarsi qualcosa di libero. Infatti la mia Università ha attivato solo due corsi di specialistica, che non lasciano molto spazio alle idee: Specialistica in traduzione tecnico scientifica o in traduzione artistico letteraria.

Bella prospettiva per la maggior parte di noi, che ci segniamo a mediazione con il sogno di essere un giorno degli interpreti, magari di conferenza.
Probabilmente la Sapienza non pensa molto al nostro inserimento.

Insomma, quale grande casa editrice darebbe a uno studente, anche laureato con i massimi voti, da tradurre l’ultimo libro dell’autore del momento?

Diciamo però che è redditizio portare avanti un corso di laurea molto gettonato, con un gran numero di iscritti ogni anno. Le Specialistiche in Interpretariato o Lingue per la comunicazione internazionale sono presenti (a Roma) solo in scuole come la Gregorio VII o la S. Pio V.

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Studiare Informatica alla Sapienza - 3

da koteko, in Studio e Lavoro | 22 Luglio 2008 @ 09:14 | 17 commenti

Finalmente, dall’anno prossimo (2008-2009) partirà una riforma di Informatica, che regolarizzerà alcune porcherie che cominciavano a diventare insostenibili.

Chi ha intenzione di iscriversi a Informatica a settembre, troverà qui una panoramica sul corso di Laurea, dei miei personalissimi consigli sui professori da prediligere e quelli da evitare, e qualche altro trucchetto sparso qua e là.

Inoltre a fine articolo, pubblicherò una serie di link e risorse estremamente utili a chi si sta per iscrivere o ha fatto il primo anno e non si è guardato molto intorno.

Il primo anno di questo nuovo corso di laurea si articola sempre in due semestri.

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Studiare Informatica alla Sapienza - 2

da koteko, in Studio e Lavoro | 20 Luglio 2008 @ 19:14 | 21 commenti

In questo articolo analizziamo la situazione attuale, ormai vetusta, utile alle matricole che hanno finito il primo anno un po’ malconce, come me l’anno scorso.

Vi sono (erano) due corsi di laurea possibili: Informatica e Tecnologie Informatiche, il primo più generico e teorico, il secondo che permette di indirizzarsi in determinati curricula già dal terzo anno, specializzando un minimo il laureato che non voglia proseguire con la Laurea Magistrale.

Esiste la propedeuticità, ma solo nel caso di esami con stesso nome e numero progressivo.
Non potete quindi dare Programmazione 2 senza avere in mano il verbalino di Programmazione 1, e così via. Qualsiasi altra propedeuticità è stata annullata tempo fa, quindi non preoccupatevene.

In generale, l’anno scolastico è diviso in due semestri, che in realtà sono due trimestri di lezione (ottobre-dicembre e marzo-maggio), due mesi di preparazione agli esami (gennaio e giugno) e due mesi di esami (febbraio e luglio).

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Studiare Informatica alla Sapienza

da koteko, in Studio e Lavoro | 18 Luglio 2008 @ 21:20 | 32 commenti

Si è appena concluso il mio secondo anno del Corso di Laurea Triennale di Informatica della Sapienza di Roma, tra gioie e dolori, felicità e incazzature.

Quando, quasi tre anni fa, riflettevo se iscrivermi a Ingegneria Informatica o a Informatica, e se scegliere Tor Vergata o la Sapienza, non c’era quasi nessuno ad aiutarmi, a spiegarmi quali fossero effettivamente le differenze e i punti di forza dell’una o dell’altra.

Adesso ho le idee un po’ più chiare sulla questione, e posso dare dei giudizi con cognizione di causa quantomeno per quanto riguarda la Sapienza, soprattutto per il mio Corso di Laurea, ma anche per Ingegneria Informatica, dalle esperienze di compagni liceali che hanno scelto diversamente da me.

Alcuni consigli, quindi, a chi ha passato l’esame di Maturità e pensa che Informatica possa essere una buona scelta per lui.

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