Il ruolo sociale del mediatore linguistico-culturale
da Fierabras, in Articoli e Riflessioni | 24 Agosto 2008 @ 12:08 | nessun commentoLa figura del mediatore linguistico-culturale è un qualcosa tuttora molto discusso nella società italiana, una discussione dovuta principalmente all’enorme confusione terminologica che circonda la definizione di mediazione.
Mediazione, dal significato letterale di mediare, vuole significare appunto la capacità di risolvere un conflitto, un problema, che si frappone tra due specifiche entità o persone. La figura del mediatore si inserisce quindi in Italia fin dall’inizio degli anni ’90 con un preciso scopo sociale, ossia quello di aiutare a risolvere il problema dell’integrazione dei “nuovi italiani”, problema questo relativamente recente per un paese come l’Italia dove le prime ondate migratorie cominciarono ad essere registrate solo a partire dagli anni’70. 
I flussi di filippini, cinesi, magrebini, sudamericani cominciarono quindi ad imporre all’attenzione delle istituzioni italiane una questione fondamentale per lo sviluppo del paese, ossia l’integrazione di questi nuovi arrivi nel tessuto sociale.
Di fronte all’Italia si profilarono così come esemplificative le esperienze di integrazione di due importanti vicini europei, l’Inghilterra e la Francia, con i loro due modelli profondamente diversi tra loro: quello inglese, composto da un’integrazione ma con riserva, ossia con i diversi gruppi etnici naturalizzati nella società inglese ma tendenti a rimanere in enclave rigidamente separate, e quello francese, dove gli immigrati (per lo più proveniente dalle ex-colonie, come nel caso inglese) sono stati completamente assorbiti nella società francese, ma rimanendo comunque ai livelli più bassi e marginali.
Per l’Italia si prospettava una scelta tra queste due vie, che però ancora non è stata realizzata, e anzi è proprio di questi anni la proposta generale di una ricerca di una “terza via” italiana per l’integrazione.

A questo scopo è apparsa sempre più come fondamentale la figura del mediatore linguistico-culturale, intesa come quella di un operatore sociale, con competenze burocratiche e giuridiche, che possa aiutare ed agevolare gli immigrati nella loro opera di integrazione nella società italiana. I problemi però non sono mancati fin da subito, essendo le istituzioni e il tessuto socio-culturale italiano in genere ancora impreparati ad una reale opera di accoglienza del cosiddetto “altro”, e quindi il mediatore spesso è stato relegato ad una semplice opera di interprete, di tramite linguistico tra l’individuo straniero e l’istituzione italiana, tralasciando quella che avrebbe dovuto essere la sua importante opera sociale di avvicinatore tra le due parti, spesso separate da veri e propri abissi di incomprensione.
Quello che quindi ci si chiede, è quando e se si intuirà l’importante funzione sociale che potrebbe essere attribuita ai mediatori, e fargli fare quel salto di qualità da “semplici” interpreti, a mediatori interculturali. Una figura quindi con una forte responsabilità sulle spalle, ma con un importante compito che ha un ruolo centrale in un paese nel quale ormai si hanno più di un milione di ingressi di stranieri intenzionati a risiedere stabilmente all’anno.
La cosiddetta terza via italiana, che consiste per lo più nell’immaginario delle istituzioni in un generico “il tempo sistema tutto”, è chiaramente un potenziale pericolo per un sistema di coabitazione efficace tra i vari gruppi etnici e culturali che costituiscono e costituiranno il paese.
Il palese fallimento di questo modo di pensare è testimoniato per esempio da zone come quelle di piazza Vittorio Emanuele II vicino la stazione Termini a Roma, dove le diverse etnie sono fortemente chiuse in enclave che hanno scarsissimi contatti, o li hanno in maniera per lo più conflittuale, con la comunità italiana circostante.
Il risultato di una tale integrazione è ovviamente la non-integrazione, nella quale ci si ritrova in uno Stato dove gli stranieri sono sempre più stranieri, anche quando formalmente sono nuovi italiani per cittadinanza, e per questo il mediatore culturale può avere il ruolo decisivo sopra accennato, non per una integrazione altrettanto sbagliata nella quale si chieda di annullare la propria specificità culturale, ma per una società multiculturale nella quale la presenza di varie culture e varie voci che formino un’unica anima statale non sia un’utopia ma una concreta realtà.
Si tratta di una sfida per quale il mediatore culturale in questione deve essere animato anche da un certo idealismo, oltre che da una solidissima preparazione per la quale le sedi accademiche già stanno rispondendo, in certa maniera.
Da qui il consiglio che dà una mediatrice culturale di origine cilena a coloro che vogliono affrontare questa professione: “più che un semplice lavoro, la mediazione culturale è una vocazione, pertanto, una persona che non sente la necessità di aiutare i propri simili, non potrà mai essere un buon mediatore.”.









Finalmente, dall’anno prossimo (2008-2009) partirà una riforma di Informatica, che regolarizzerà alcune porcherie che cominciavano a diventare insostenibili.
In questo articolo analizziamo la situazione attuale, ormai vetusta, utile alle matricole che hanno finito il primo anno un po’ malconce, come me l’anno scorso.












