Le Massime di Ptahhotep (1-4)

da phantom, in Articoli e Riflessioni | 14 Ottobre 2008 @ 18:29 | 2 commenti

La scorsa volta ho introdotto la serie delle Massime di Ptahhotep, traducendo per voi il Prologo e promettendo quattro Massime per ogni nuovo articolo.

Eccole a voi :)

L’insegnamento di Ptahhotep

Inizio delle massime del buon discorso,
dette dal Principe, Conte, Sacerdote di Dio,
l’Amato da Dio, il più Anziano Figlio Reale del Corpo del Re,
Protettore della Città, il Visir Ptahhotep
per portare l’ignorante alla conoscenza.

Inizio dell’elenco di saggezza che è benefico a colui
che Ascolta e porta disgrazia a colui che lo rifiuta.

Così egli ha parlato a suo figlio:

Prima Massima

Non essere arrogante riguardo alla tua sapienza,
né credi di essere uno che sa.

Chiedi consiglio all’ignorante come al sapiente,
poiché i limiti dell’abilità non sono raggiunti
e nessun Artigiano possiede la perfezione.

Il Buon Discorso è più raro della Pietra Verde,
tuttavia può essere trovato tra le serve che lavorano alla mola.

Seconda Massima

Se incontri un dibattitore in azione,
uno con autorità, superiore a te,
curva le braccia e piega la schiena.

Non afferrare il tuo cuore contro di lui,
Non sarà mai d’accordo con te
e ti sminuirà con il Male di ciò che dirà.

Non provare a opporti a lui nel suo momento,
poiché sarà chiamato un So-Niente
quando il tuo autocontrollo sarà paragonato alle sue pile (di parole)
.

Terza Massima

Se incontri un dibattitore in azione
che è un tuo eguale, un tuo pari,
la tua eccellenza lo sorpasserà tramite il tuo silenzio
mentre lui sta parlando erroneamente.

Ci sarà molto parlare tra gli ascoltatori,
e il tuo nome sarà ben stimato dai magistrati.

Quarta Massima

Se incontri un dibattitore in azione,
un uomo povero, non del tutto tuo eguale,
non opprimerlo a causa della sua debolezza.

Dagli terreno poiché lui confuterà se stesso.
Non rispondergli e il tuo cuore sarà contento.
Non rivelare te stesso a uno che è tuo nemico.

E’ una cosa spregevole ferire un uomo povero.
Uno vorrà fare ciò che il tuo cuore desidera.
Tu lo colpirai con il rimprovero dei magistrati.


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La cultura fa male

da Fierabras, in Articoli e Riflessioni | 4 Ottobre 2008 @ 12:59 | nessun commento

Il risultato finale della controriforma culturale operante in Italia è il pensiero che, per l’appunto, la cultura faccia male e sia un intralcio verso la “vita vera”. Come gestore di un forum universitario posso vedere il pensare quotidiano di centinaia di studenti riflesso nei loro post e sfoghi, e il risultato è avvilente per un futuro prossimo.

Una società dove lo studio è considerato una perdita di tempo, e solo chi si “impara un mestiere” gode di una dignità e di un determinato prestigio, è alquanto preoccupante e fa riflettere. Ricorda da vicino gli anni ‘50, quando i bassi strati sociali spesso si opponevano all’alfabetizzazione dei figli perché erano più utili a casa.

Ma negli anni ‘50 spesso era una vera e propria necessità per le famiglie, ora no. Ora, con una scelta possibile, c’è chi coscientemente dice che l’istruzione è inutile e la “vita vera” è altro.

Manderei queste parole in calce a tutte quelle persone che negli ultimi 20 anni non hanno fatto nulla per opporsi al processo portato dal berlusconismo & co, e anzi ne sono stati complici. Il loro futuro ricadrà anche su di voi, che vi piaccia o no.

Buonanotte Italia.


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Tutto nasce da una cena quasi per caso e da un incontro…un ragazzo di Scampia e la sua storia, da alcune foto… quelle famose Vele rese celebri da Gomorra e da una sua frase:

Voi pensate di essere lontani da noi, però mentre io mi affaccio dalla finestra e vedo i tossici con la bava alla bocca … voi avete chi viene da me alla ricerca di contatti per investire i suoi i miliardi (di €!!)… la mafia, la camorra, la ‘ndrangheta da noi hanno presenza fisica, fanno mattanza ma è da voi…da voi che investono i loro soldi; nelle vostre università studiano i loro figli, da voi!!! e voi?? Perché tanto adesso noi ,al giorno d’oggi, soffriamo delle sindrome del telecomando: sentiamo storie ,anche commoventi, ma tornati a casa col telecomando spegniamo il cervello e la mattina dopo…solo un vago ricordo, quando va bene, se no il nulla più totale…quindi lo so che tornati a casa ve ne fotterete di me e di mio cugino che è stato assassinato…

Ed è quel voi che a me fece male quella sera, come se lui, abitante di un quartiere di Napoli, venisse da un altro Paese, come se non fosse Italiano, come se lui avesse frequentato un liceo scientifico con un programma diverso dal mio…come se lui, più piccolo di me, ne sapesse mille volte più di me…perché io a 21 anni un tossico dalla bocca non l’ho mai visto schiumare!!

Così nasce la mia esperienza in Libera, da un incontro, da una presa di coscienza: la società si può cambiare e siamo noi cittadini che abbiamo il diritto, e a parer mio anche il dovere, di impegnarci per renderla migliore. Perché se tutti continuamente ce ne laviamo le mani, che resterà di tutto ciò che viviamo?? Perché non bisogna pensare sempre alla lunga e quindi a eventuali figli che verranno ma anche semplicemente ed egoisticamente a noi stessi tra qualche anno…

Perché Libera è prima di tutto voglia di cambiamento, di impegno sociale, il credere in un progetto grande. Libera sono cittadini che si incontrano nei Presidi e leggono, studiano, discutono di antimafia; cittadini che fanno la fatica di informarsi, di organizzare manifestazioni, marce.
E poco importa se giornali e telegiornali Nazionali si dimenticano di dire che a Bari il 13 marzo 2008 per le vie della città a passeggiare pacificamente e in silenzio c’erano 100 mila persone, che in silenzio passeggiano per le vie di una città ricordando i morti innocenti ammazzati dalla mafia… non è da poco!!

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Quando si parla di filosofia antica, il primo pensiero dell’uomo comune, anche mediamente acculturato, va ai greci e ai romani.

Ma è interessante, e a volte istruttivo, leggere le riflessioni e i pensieri di uomini vissuti molte migliaia di anni fa, nel nostro caso nel 2200 A.C circa.

Parliamo del Visir Ptahhotep, che sembra abbia deciso di mettere per iscritto i suoi insegnamenti alla veneranda età di 110 anni (invidiabile anche ai giorni nostri), probabilmente sentendo di essere arrivato alla fine dei suoi giorni.

Il testo è organizzato in un prologo introduttivo, 37 massime di diverso argomento e un epilogo.

Oggi vedremo il prologo, poi posterò tre o quattro massime alla volta, come tributo personale a questo antichissimo pensatore.

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L’enciclopedia di Berlusconi

da phantom, in Articoli e Riflessioni | 2 Settembre 2008 @ 10:09 | 3 commenti

Cosa fanno insieme il Presidente del Consiglio, un ex vee-jay di Mtv e un ex frate segnalato dal Ministero dell’Interno per l’aver fondato un’associazione definibile come setta?

La risposta sta in un progetto già in corso d’opera, che anzi sta vedendo le sue battute finali. Ovvero la stesura di un’enciclopedia in videoclip in cui la storia da noi conosciuta, sarà filtrata dalle lenti di un gruppo societario collegato a Fininvest.

Ho trovato questa notizia scorrendo la Home dell’Espresso online, e sono rimasta di stucco quando ho letto l’intero articolo. Sintetizzare il contenuto di quanto è scritto non permetterebbe di conoscere i particolari di una vicenda di cui nulla, a mio parere, può essere tralasciato.

Perciò non posso far altro che lasciarvi il link alla notizia.. leggete e commentatene tutti!

http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Silvio-riscrive-la-storia/2038993//0


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Nella rete dell’indifferenza

da Fierabras, in Noi e la Terra | 31 Agosto 2008 @ 08:00 | nessun commento

Una domanda mi gira per la testa da qualche tempo: ci sono vite umane più importanti di altre? Domanda dalla risposta scontata, si direbbe, ma proviamo a fare mente locale. Facciamoci un esame di coscienza, e rispondiamo a una semplice domanda: la morte di 100 iracheni ci colpisce come la morte di 100 italiani? Anche in questo caso la risposta è ovvia, solamente che ammetterla a noi stessi ci fa vergognare (o meglio, ci dovrebbe far vergognare).

La risposta più comune a questa questione è una specie di giustificazionismo su base antropologica: è normale, si dice, che si sia emotivamente più coinvolti dal proprio gruppo nazionale, etnico, religioso o culturale. Non ne sarei così convinto. Ricordiamo ancora tutti la tragedia immane che ha colpito la Spagna l’11 marzo 2004, con le centinaia di morti di Madrid. Ma è una tragedia più grande di quella di migliaia e migliaia di iracheni morti nello stesso modo? Sia chiaro che non sto puntando a dimostrare che si è esagerato nella commozione per quella tragedia, tutt’altro, ciò che a me sconvolge semmai è il fatto che altre morti possano diventare routine. La banalità del male.

Non esiste nemmeno giustificazione possibile in un discorso qualunquista come “il fatto è che si tratta di fatti lontani e il senso comune non li percepisce nella loro reale drammaticità”. Non è neanche questo.

Perché l’orrore dell’indifferenza ci sorprende tranquillamente anche a “casa nostra”, e ha come aspetto quello di due zingarelle annegate, coperte appena da un telo da mare in attesa dei soccorsi, mentre i turisti intorno osservano la scena mangiando tramezzini e giocando a racchettoni. Una scena talmente sconvolgente da portare l’arcivescovo di Napoli a condannare la tragicità della perdita di qualsiasi amore per la dignità umana.

Ma come si dice, tanto mica erano italiani. E magari volevano pure rubare quelle zingarelle. Due in meno.


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La figura del mediatore linguistico-culturale è un qualcosa tuttora molto discusso nella società italiana, una discussione dovuta principalmente all’enorme confusione terminologica che circonda la definizione di mediazione.

Mediazione, dal significato letterale di mediare, vuole significare appunto la capacità di risolvere un conflitto, un problema, che si frappone tra due specifiche entità o persone. La figura del mediatore si inserisce quindi in Italia fin dall’inizio degli anni ’90 con un preciso scopo sociale, ossia quello di aiutare a risolvere il problema dell’integrazione dei “nuovi italiani”, problema questo relativamente recente per un paese come l’Italia dove le prime ondate migratorie cominciarono ad essere registrate solo a partire dagli anni’70.

 

I flussi di filippini, cinesi, magrebini, sudamericani cominciarono quindi ad imporre all’attenzione delle istituzioni italiane una questione fondamentale per lo sviluppo del paese, ossia l’integrazione di questi nuovi arrivi nel tessuto sociale.

Di fronte all’Italia si profilarono così come esemplificative le esperienze di integrazione di due importanti vicini europei, l’Inghilterra e la Francia, con i loro due modelli profondamente diversi tra loro: quello inglese, composto da un’integrazione ma con riserva, ossia con i diversi gruppi etnici naturalizzati nella società inglese ma tendenti a rimanere in enclave rigidamente separate, e quello francese, dove gli immigrati (per lo più proveniente dalle ex-colonie, come nel caso inglese) sono stati completamente assorbiti nella società francese, ma rimanendo comunque ai livelli più bassi e marginali.

Per l’Italia si prospettava una scelta tra queste due vie, che però ancora non è stata realizzata, e anzi è proprio di questi anni la proposta generale di una ricerca di una “terza via” italiana per l’integrazione.

 

A questo scopo è apparsa sempre più come fondamentale la figura del mediatore linguistico-culturale, intesa come quella di un operatore sociale, con competenze burocratiche e giuridiche, che possa aiutare ed agevolare gli immigrati nella loro opera di integrazione nella società italiana. I problemi però non sono mancati fin da subito, essendo le istituzioni e il tessuto socio-culturale italiano in genere ancora impreparati ad una reale opera di accoglienza del cosiddetto “altro”, e quindi il mediatore spesso è stato relegato ad una semplice opera di interprete, di tramite linguistico tra l’individuo straniero e l’istituzione italiana, tralasciando quella che avrebbe dovuto essere la sua importante opera sociale di avvicinatore tra le due parti, spesso separate da veri e propri abissi di incomprensione.

Quello che quindi ci si chiede, è quando e se si intuirà l’importante funzione sociale che potrebbe essere attribuita ai mediatori, e fargli fare quel salto di qualità da “semplici” interpreti, a mediatori interculturali. Una figura quindi con una forte responsabilità sulle spalle, ma con un importante compito che ha un ruolo centrale in un paese nel quale ormai si hanno più di un milione di ingressi di stranieri intenzionati a risiedere stabilmente all’anno.

 

La cosiddetta terza via italiana, che consiste per lo più nell’immaginario delle istituzioni in un generico “il tempo sistema tutto”, è chiaramente un potenziale pericolo per un sistema di coabitazione efficace tra i vari gruppi etnici e culturali che costituiscono e costituiranno il paese.

Il palese fallimento di questo modo di pensare è testimoniato per esempio da zone come quelle di piazza Vittorio Emanuele II vicino la stazione Termini a Roma, dove le diverse etnie sono fortemente chiuse in enclave che hanno scarsissimi contatti, o li hanno in maniera per lo più conflittuale, con la comunità italiana circostante.

Il risultato di una tale integrazione è ovviamente la non-integrazione, nella quale ci si ritrova in uno Stato dove gli stranieri sono sempre più stranieri, anche quando formalmente sono nuovi italiani per cittadinanza, e per questo il mediatore culturale può avere il ruolo decisivo sopra accennato, non per una integrazione altrettanto sbagliata nella quale si chieda di annullare la propria specificità culturale, ma per una società multiculturale nella quale la presenza di varie culture e varie voci che formino un’unica anima statale non sia un’utopia ma una concreta realtà.

 

Si tratta di una sfida per quale il mediatore culturale in questione deve essere animato anche da un certo idealismo, oltre che da una solidissima preparazione per la quale le sedi accademiche già stanno rispondendo, in certa maniera.

Da qui il consiglio che dà una mediatrice culturale di origine cilena a coloro che vogliono affrontare questa professione: “più che un semplice lavoro, la mediazione culturale è una vocazione, pertanto, una persona che non sente la necessità di aiutare i propri simili, non potrà mai essere un buon mediatore.”.


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PubMed, quello che i medici non dicono

da koteko, in Corpo e Salute | 22 Agosto 2008 @ 12:18 | 4 commenti

Sarà capitato a tutti di aver un malanno, qualcosa riguardo al nostro corpo che ci preoccupa, e di rivolgersi al medico di famiglia. In alcuni casi, poi, vi sarà successo di farvi visitare da più di un medico specialista, nella vostra vita. Medici di diverse età, caratteri e competenze.

Mia madre chiede tutto ai medici. Non capendo nulla di quello che le succede, chiede spiegazioni ma soprattutto consigli sugli stili di vita da adottare.

Ma quanta fiducia riponiamo nei nostri medici? Sicuramente quelli con una certa età avranno esperienza maturata sul campo, e sapranno sicuramente risolvere problemi critici che mettono a rischio la vostra vita, ma non tutti hanno il tempo, i soldi e la voglia di aggiornarsi.

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Senza critica

da Fierabras, in Articoli e Riflessioni | 17 Agosto 2008 @ 10:55 | nessun commento

Uno spettro si aggira per le strade italiane: Dante la chiamava ignavia, e riservava per coloro che ne erano soggetti le pene più dolorose del suo Inferno. Più modernamente, definiamo come qualunquismo la malattia sociale, tipicamente italiana specie di questi tempi, che consiste nel subire con rassegnazione qualsiasi cosa ci tocchi, che sia una riforma delle pensioni, dei militari per le strade, una crisi sociale che non sembra avere vie d’uscita.

Al qualunquismo nulla sfugge: è ciò che se sei all’università e scopri che l’anno prossimo probabilmente verranno sospese le lezioni a causa del taglio dei fondi del governo, non ti fa incazzare come una iena e dire che ci si deve ribellare, ma ti fa dire “e ora io come faccio a fare gli esami a settembre se sospendono le lezioni?? Università di m***a!!”.

E’ ciò che ti fa pensare, se senti al telegiornale che hanno violentato una donna rumena incinta di 4 mesi, che per fortuna non era italiana.

E’ ciò che ti fa pensare che se continuano a ripeterti che c’è un complotto di giudici comunisti che vogliono sovvertire lo stato democratico accusando povere persone oneste che hanno solo alle spalle condanne per associazione mafie o eversione nera, qualcosa di vero ci deve essere e bisogna dare a queste persone più potere.

Tutto questo può avere vari nomi: razzismo, non pensiero, disinteresse. Certo, molte di queste cose fanno parte di cambiamenti subiti più che voluti. Ma cambia davvero la sostanza? Davvero tutta questa nube grigio-scura, che prende il nome di qualunquismo, è un qualcosa troppo grosso e involontario per essere affrontato?

Mi pare una risposta un po’ qualunquista.


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Jamendo, musica libera e gratuita

da koteko, in Musica, Film e Libri | 17 Agosto 2008 @ 09:53 | 3 commenti

Le libertà digitali sono un al centro di una battaglia quotidiana che vede contrapposti governi, major, autori un poco ottusi ( si, sono di parte :) ) e persone che chiedono solo di poter fruire, dopo aver pagato il proprio prodotto, della libertà di utilizzarlo come meglio credono.

E’ un discorso spinoso che tocca le coscienze e le tasche di molte persone, gruppi e lobby, e che non sarà di facile risoluzione, né nel breve né nel medio periodo.

Ma intanto qualcuno sperimenta nuovi tipi di business e di condivisione del prodotto del proprio ingegno.

Nell’informatica ormai spopola il software libero, ma anche tentativi di hardware libero (Neo Frerunner, gle-mips).

Per i testi, già da molto tempo possiamo trovare doc, howto, tutorial o veri e propri libri con licenza free, generalmente la LGPL ma anche le personalizzabili Creative Commons, sotto una delle quali è licenziato anche questo blog.

Per il video, qualcosa si muove: dopo Elephant’s Dream ora c’è Big Buck Bunny :)

Per la musica invece sta accadendo qualcosa di spettacolare.

Musica libera e gratuita..sogno o son desto?

Parlo di Jamendo, un social network dove chiunque si può registrare come artista per creare un proprio spazio graficamente integrato, da dove far scaricare i propri album esclusivamente con licenza che permetta la free distribution (ad esempio una CC), o come utente per votare, commentare, recensire o aggiungere ai propri preferiti i gruppi e le canzoni che preferiamo.

Le canzoni possono essere sia ascoltate in streaming che scaricate, tramite un player integrato.

Dietro Jamendo c’è un’azienda che ha fatto le cose veramente in grande: tramite paypal è possibile fare donazioni agli autori che preferiamo, così da creare un sistema di pay-if-you-want tanto comune nel mondo open source, ad esempio.

Ha ovviamente delle pubblicità, ma sono annunci AdSense assolutamente non invasivi. Vi è inoltre la possibilità per un’azienda di prenotarsi lo spazio pubblicitario a partire da un CPM di 5€.

La veste grafica è molto curata, così come anche la navigazione in stile Web 2.0.

E molti album sono davvero di qualità. Per un orecchio normale come il mio, almeno :)

Conclusioni

Trovo un’idea fantastica quella di unire in un unico social network tantissime band di generi musicali diversissimi, per fortuna accessibili anche grazie a una Tag Cloud a dir poco necessaria, ormai, con 11167 album pubblicati ad oggi.

Ed è interessante anche l’utilizzo di un sistema integrato di donazioni, che funziona in fondo come anche quello di molti blog (il classico offrimi una birra/caffè), può permettere a piccole band emergenti, ma fortemente webizzate e con un po’ di capacità di marketing, di fare anche qualche soldo oltre che farsi conoscere.

Da parte mia, continuerò ad ascoltare la musica di Jamendo, facendo piccole donazioni agli artisti che più ho apprezzato e scrivendo, ogni volta che posso, un commento/recensione per essere d’aiuto.

Conclusioni 2. Si, non ho mai amato i P.S.

Se avete qualche band Jamendiana da consigliarmi…fate pure! Ascolto generi molto diversi, e in generale non sono schizzinoso alle novità ;)

Se volete scriveteli sul vostro blog con un link a questo articolo, così li vedrò dai trackback.


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