Studiare il cinese a Roma

da melaniefourlogs, in Studio e Lavoro | 7 settembre 2008 @ 09:50 | 3 commenti

La Facoltà di Studi Orientali della Sapienza, con sede a pochi passi da Piazza Vittorio - la Chinatown romana? Stereotipi!- col suo corso di laurea in Lingue e Civiltà Orientali resta la strada più convenzionale- e a mio parere valida- per cimentarsi nello studio di questa lingua. Grazie all’illustre presenza e alla personalità carismatica del professor Federico Masini - curriculum troppo lungo per poter pensare di citarlo, in questa sede dirò soltanto che è il preside universitario più giovane d’Italia - alla cattedra della presidenza e dell’insegnamento della lingua cinese per le prime due annualità, quelle che un tempo erano solo delle lingue sconosciute e spaventose relegate in un piccolo Dipartimento della Facoltà di Lettere sono oggi centro dell’attenzione di moltissimi giovani studenti che possono godere di una moderna sede, distaccata da quella in cui vengono insegnate le lingue europee. Una sede distaccata e raccolta che significa per forza di cose maggiore organizzazione rispetto alla disastrosa – lo dico con affetto e rassegnazione- Facoltà di Scienze Umanistiche e maggiori possibilità di relazione umana docente-studente.

In questo contesto mi pare giusto considerare anche gli aspetti a mio avviso sfavorevoli alla scelta della Facoltà di SO per coloro che sono interessati principalmente allo studio della lingua: il curriculum del corso di laurea in LeCO comprende numerosissime materie affini alla civiltà cinese- arte dell’estremo oriente, religioni e filosofie orientali, tibetologia, tanto per citarne alcune- che potrebbero rappresentare uno scoglio per chi è per lo più interessato alla linguistica cinese. Inoltre, il cdl in LeCO prevede anche lo studio di una lingua europea e, a partire dal secondo anno, di una seconda lingua orientale. Ora, in tutta buona fede devo dire che ad ogni normodotato questa missione risulterà quasi impossibile. Queste due osservazioni mi sembrano bastevoli a motivare la seguente affermazione: a meno di non lasciare in totale abbandono la seconda lingua orientale e- come molto spesso succede- considerare la lingua europea come una mera attività redditizia in termini di crediti formativi, la laurea triennale in LeCO sarà conseguita dalla maggior parte degli iscritti quantomeno con qualche anno di ritardo.

Un’altra delle possibilità offerte dalla Sapienza d’inserire lo studio della lingua cinese nel proprio cdl è data dal corso in mediazione linguistico- culturale interno alla Facoltà di Scienze Umanistiche. Tale corso è preposto alla preparazione di una figura professionale di cui l’Italia avrebbe un’estrema necessità: operatori sociali conoscitori non solo di una certa lingua straniera ma anche e soprattutto delle abitudini culturali del popolo che la parla. Alla luce di ciò e della ben nota presenza di numerosissimi immigrati cinesi in molte città italiane- il record è detenuto da Prato- è facilmente comprensibile quanto sarebbe importante riuscire a formare dei professionisti in grado di integrare le famiglie cinesi all’interno della nostra società, professionisti che sarebbe opportuno integrare nelle varie istituzioni pubbliche concernenti vari ambiti- giuridico, sanitario, educativo. Purtroppo questo rimane, per ora, un ideale di pochi studenti sognatori e quasi nessun politico italiano. E’ da tener presente che all’interno del cdl in mediazione linguistico- culturale sono presenti materie che riguardano discipline economiche, politiche, storiche, nonché corsi d’insegnamento relativi alla cultura e società cinesi.

Istituzioni non pubbliche che tra le lingue d’interesse enumerano quella cinese sono la SSML Gregorio VII e la Libera Università per gli Studi S. Pio V, ma non sono in grado di fornire altre indicazioni riguardo tale percorso di studi se non la cifra approssimativa intorno alla quale si aggira il costo di un anno di studi: 4000 euro.

Altra possibilità per le donne e gli uomini di buona volontà che vogliono cimentarsi col cinese è l’iscrizione- a pagamento- ad uno dei corsi- esistono come è ovvio vari livelli- tenuti presso l’Istituto Confucio. Tale Istituto nasce per iniziativa del Ministero Cinese dell’Istruzione per la diffusione della lingua e della cultura cinese e promuove la conoscenza della lingua e della cultura cinese con varie sedi in Italia.

La sede romana si trova nello stesso edificio che ospita la Facoltà di Studi Orientali della Sapienza e i docenti delle due accademie sono soliti collaborare- intellettualmente e materialmente, come nel caso della partecipazione della vice direttrice dell’Istituto Confucio Liang Dongmei alla stesura della prima edizione del testo “Yidali ren xuexi Hanyu”, firmato dal Preside Masini, e attualmente in uso tra gli studenti dell’Università Sapienza.

Una possibilità che mi permetto di sconsigliare a quanti desiderino imparare il cinese sono la classica tecnica per osmosi che si tenta spesso andando a lavorare per qualche mese nei ristoranti del Paese in questione. Stare a stretto contatto con un cinese per un seppur lungo periodo di tempo e- anche se non credo sia un’operazione molto semplice- riuscire a interagire con lui nella sua lingua madre non significa necessariamente essere in grado di parlare correttamente il cinese.

Il cinese parlato contiene molte varianti regionali spesso reciprocamente incomprensibili. Se si considera che una provincia cinese è spesso grande quanto uno Stato europeo si può ben comprendere come territori così ampi possano aver sviluppato diversità linguistiche così profonde. Questo è proprio uno dei motivi per cui la scrittura cinese è “simbolica” e non alfabetica- ma questo è un’ argomento che merita d’essere trattato in separata sede. Il cinese attualmente insegnato nel mondo è il cinese mandarino, lingua ufficiale della Repubblica Popolare cinese. Consiglio di assicurarsi che il cinese dal quale si vuole assorbire la conoscenza linguistica padroneggi il cinese mandarino oltre che la sua variante dialettale.

Addendum

Consapevole delle numerose lacune di questo scritto e dell’esistenza di numerosi altri corsi, anche universitari, che prevedono l’insegnamento della lingua cinese, ho preferito riportare solo una manciata di possibilità di cui per esperienza personale ritengo utile essere a conoscenza. Coloro che avranno voglia di integrare il mio discorso o riportare la loro esperienza personale o criticare impietosamente quanto da me scritto possono farlo tramite commento.


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Cos’è la vita di una persona comune se non la serie frammentaria di ricordi che questa ne conserva nella mente? E cosa ne sarebbe dei ricordi della nostra vita se arrivasse il momento in cui non fossimo più in grado di farli riaffiorare? Si perderebbero nel tepore- o nel gelo- delle nostre case senza che nessuno possa indovinarli? Forse ognuno di noi potrebbe raccoglierli per preservarli da un crudele destino, per poterli far rivivere ancora e ancora. E non a scopo puramente consumistico dei nostri successori, ma perché i ricordi possono avere una carica emotiva che non merita la dissoluzione.

Sono soprattutto queste le riflessioni portate a galla dalla lettura de “La figlia dell’aggiustaossa” di Amy Tan, scrittrice statunitense con origini cinesi che in questo suo romanzo indaga il complicatissimo rapporto madre-figlia nel corso di due generazioni.

Luling e Ruth sono due donne, una mamma e una figlia. La prima è un’anziana donna cinese malata d’Alzheimer, la seconda una giovane donna statunitense che non ha mai capito sua madre. E non l’ha mai capita perché lei non si è mai raccontata. Forse perché la sua vita cela un segreto che le è costato la felicità, che le ha segnato un destino infausto dal quale si è solo apparentemente riscattata.

Io ho una nonna che ha il problema opposto: si racconta fin troppo. Ogni volta che mi vede sente l’esigenza impellente di raccontarmi nei dettagli quei singoli episodi della sua vita che ricorda più fervidamente. Leggendo questo romanzo ho capito perché lo fa: ha paura di dimenticare.

Anche Luling ha paura di dimenticare, ma ha anche paura di confessare a sua figlia questa sua paura, motivo per il quale decide di usare quel modo d’espressione così sublime che sono i caratteri cinesi. In questo romanzo è più volte citata la misteriosa bellezza intrinseca di questa millenaria codificazione. “Ogni carattere ha una storia” spiega Luling a una Ruth ancora troppo piccola per capire. E in effetti è così. Ogni carattere cinese ha una storia- una legenda- alle spalle, e probabilmente ogni storia assume un significato più profondo se raccontata attraverso di essi. Può diventare leggenda.

E la storia di sua madre è diventata legenda per Ruth, che scova in casa di una Luling malata e fragile un lungo manoscritto in cui sua madre ha dipinto in leggiadri caratteri cinesi le cicatrici della sua tormentata esistenza e l’esistenza tormentata di quella che lei non sapeva essere sua nonna. “La figlia dell’aggiustaossa”, la nonna di Ruth, è una donna forte- troppo, che ha amato, che non è stata amata, che ha reagito col dolore estremo, con la morte.

La storia di mia nonna non è così drammatica direte, ma chi può giudicarlo? Chi può sapere davvero quali stati d’animo metterebbe nero su bianco- non in caratteri cinesi di certo- mia nonna se dovesse scrivere la storia della sua vita? Forse le chiederò di farlo.


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