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cosa ci frulla nella testa

Si chiamava Lilla

I miei nonni sono agricoltori in Calabria, e fin da piccola ho imparato a conoscere e ad affezionarmi agli animali, a vederli vivere in libertà, a rispettare i loro tempi, a non trattarli come giocattoli e a convivere con loro. Ogni estate partivo per la Calabria da giugno a settembre e mia nonna mi faceva trovare cuccioli sempre diversi. Ho cresciuto cani, gatti, conigli, caprette, galline, anatre, maialini, vitelli. Ma non come una bambina viziata che vuole il pupazzo per un giorno. Mi prendevo cura di loro e non mi azzardavo a strapazzarli. E quando tornavo a Roma avevo sempre nostalgia di loro, fino a quando non li rivedevo l’estate successiva.

Non ho mai chiesto ai miei genitori di farmi avere a Roma un cane o un gatto, ho sempre pensato che avessero bisogno di spazi aperti, di indipendenza e libertà, come dai nonni.

Un giorno di sette anni fa andai con una mia amica in un negozio di animali e vidi in una gabbia un porcellino d’india pelosissimo, dagli occhioni dolci. Lo portai via, tutto tremolante, in una scatola di cartone e il giorno dopo aveva già la sua gabbia con il fieno, frutta fresca, acqua e verdura.

Non so se avete mai avuto la fortuna di avere un animaletto a casa. In compagnia della mia porcellina (era femmina) ho trascorso gli anni del liceo e questi dell’università. Non sono riuscita a trovarle mai un nome che mi piacesse. In famiglia l’abbiamo sempre chiamata con nomignoli temporanei. Finché uno non è stato usato più degli altri: Lilla. Banale, convenzionale e usato per i cani. Ma a noi piaceva, e così lei è diventata Lilla.

Lilla fischiava, saltava, faceva le feste quando rientravamo a casa. Le piacevano le coccole ed era una cicciona golosa. Sapeva riconoscere il rumore del frigorifero che si apriva e quello delle buste di insalata e faceva il suo verso finché non ne riceveva una foglia. Ogni volta che le pulivamo la gabbia, si faceva lunghe passeggiate sul terrazzo per sgranchirsi le zampe e poi quando era stanca si avvicinava a noi per rientrare in casa. Mio padre le fischiava e lei rispondeva, mia madre la chiamava e lei iniziava a saltare. Da me voleva le coccole, da mia sorella il cibo.

Una settimana fa la abbiamo trovata immobile nella gabbia, con la testa bassa. Non voleva mangiare né bere e non fischiava più. Siamo corsi in una clinica di pronto soccorso, ci hanno dato vitamine e antibiotico e l’hanno mandata via. Dopo alcuni giorni l’abbiamo fatta ricoverare perché peggiorava.

La mia Lilla non c’è più. Stamattina l’ho seppellita in un grande parco, tra un cespuglio di more e un grande albero, sotto uno strato di terra umida e soffice che si asciugava sotto un bel cielo azzurro.

Non ho rimpianti, è stata sempre trattata con ogni riguardo, con affetto. L’unica cosa che cambierei se potessi tornare indietro è che non l’avrei fatta morire nella clinica, ma a casa sua, con noi a coccolarla.
Se solo avessi fatto in tempo.

Adesso mi manca. Mi manca tutto di lei, mi manca che non sia qui con me a farmi arrabbiare, a farmi aprire il frigorifero ogni due minuti per darle da mangiare. Mi sembra impossibile averla persa.

Ma quando passerà la tristezza voglio ricordarla con un sorriso, e con il pensiero rivolto al suo dolce musetto che annusa l’aria mentre dico il suo nome.

Lilla.


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3 Comments

  1. Cavolo mi dispiace da morire Anto :( :(

  2. Nel pensiero …sempre al tuo fianco….

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