Lezioni su “L’ultimo dei Mohicani” di Cooper – 4
Trascrizione non ufficiale di una lezione di letteratura angloamericana
Nonostante queste pecche, la lettura di questi romanzi continua a essere importante perché hanno raccontato l’America e gli indiani d’America a tutto il mondo, e anche se l’hanno fatto con una serie di pregiudizi, di stereotipi, di presupposti ideologici che oggi troviamo erronei, hanno però modellato la fantasia di generazioni di persone. Prende corpo un certo mito dell’America, che diventa importante per tutta la cultura europea.
Pensiamo a come i punk reinventano la figura del Mohicano, che si esplicita attraverso l’uso della cresta, che è tipica di queste tribù. Le fantasie dunque restano al di là della loro attendibilità, assumono una loro vitalità. Sono come i mitemi di Levi Strauss: dei pezzetti di discorso che si rendono indipendenti, come se innestati in altri ambienti culturali assumessero una propria vita, si ibridano e si riproducono in forme nuove.
E’ un quadro di riferimento fondamentale che sta dietro a una serie di variazioni che esistono da 200 anni. Se queste opere meritano di essere studiate è perché certamente fanno parte della nostra cultura, della nostra immaginazione. E anche per gli indiani d’America sono immagini importanti con cui si devono confrontare e con le quali devono fare i conti.
E’ utile anche per capire come gli scrittori indiani, la cultura indiana e il loro cinema cercano di decostruire certi stereotipi, certe figure che si sono sedimentati nella nostra mente. L’ideologia perniciosa che innerva questo romanzo è quella visibile dal titolo stesso: l’indiano è un oggetto di interesse nella misura in cui è l’ultimo della sua specie. E’ interessante proprio perché è sul punto di scomparire, perché si tratta di una civiltà al suo ultimo stadio, che possiamo guardare con uno sguardo malinconico, struggente, e come a qualcosa che ormai appartiene al passato.
E’ pernicioso perché è un modo, a livello elementare, per lavarsi la coscienza: li abbiamo sterminati però ora li rimpiangiamo. E tutto è avvenuto per una legge naturale: siamo più forti, siamo culturalmente superiori e perciò destinati a dominare. Questo è il modo in cui le culture si assolvono dei propri peccati, dimenticano quello che hanno fatto e sembra che le cose accadano perché devono accadere.
Il grande antropologo americano Renato Rosanto ha dato un nome a questa categoria: nostalgia imperialista, gli imperialisti si dolgono di quello che loro stessi hanno distrutto. In America appunto esiste il “mito dell’americano sul punto di scomparire” (l’americano è ovviamente l’indiano d’America): l’idea che gli indiani erano destinati a scomparire perché la loro cultura e quella europea erano incompatibili.
Nel romanzo l’ideologia purista delle “culture incompatibili” è fondamentale. I bianchi, che sono una razza diversa, rimpiazzano la razza degli indiani e le due razze non possono convivere, ma una deve avere il sopravvento sull’altra. La versione culturale di tutto questo è che una cultura è una realtà a chiusura stagna e dove si incontra con un’altra, è destinata a scontrarsi finché una non ha la meglio. E’ un discorso falso. E’ uno di quegli argomenti su cui possiamo fare un discorso scientifico.
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