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Lezioni su “L’ultimo dei Mohicani” di Cooper – 1

Trascrizione non ufficiale di una lezione di letteratura angloamericana

Nell’esigenza di storie che trattino dell’esperienza di persone tra gli indiani, c’è l’esigenza anche di conoscere quello che succede sulle nuove frontiere.

Frontiera che si sposta sempre più verso l’ovest. All’inizio, infatti, la frontiera sta nel New England ma poi piano piano ci si sposta verso le grandi pianure, che costituiranno lo scenario classico del cinema western, che continuerà a riprendere alcuni di questi temi.

Anche ora che il cinema western non è più così centrale nella produzione hollywoodiana, conosciamo, attraverso film di qualche tempo fa, il tema del bianco che si indianizza. Ad esempio, in “Balla coi lupi” il protagonista va con i Lakota per poter vivere l’eccitante esperienza della frontiera prima che questa scomparisse.

Infatti, uno dei tanti temi ricorrenti è quello di Mary Rowlandson, rielaborato frattanto che la cultura è cambiata e che ha assorbito elementi dalla tipica sensibilità romantica, che guarda alla natura in modo diverso, come a qualcosa con cui si può avere un rapporto o addirittura ci si può fondere.

Viene richiamata quindi la categoria del sublime: le foreste ad esempio sono una delle figure del sublime, e il terrore che la natura può suscitare, fa parte della sua bellezza. Quello che da un lato sembra terrorizzare, dall’altro è anche particolarmente attraente.

C’è un tipo di rapporto con l’idea di confine, con l’idea di frontiera, che è mutato rispetto a quello che poteva avere Mary Rowlandson, che tende a vedere soltanto l’aspetto duro e terrorizzante.

In America il nuovo sguardo alla natura attecchisce in modo particolare. E’ vero che in Europa all’epoca la rivoluzione industriale stava muovendo i primi passi, ma i grandi spazi selvaggi erano drasticamente diminuiti, tant’è che quando i poeti devono immaginare delle figure del sublime nella natura selvaggia, pensano ad esempio alle montagne, alle vallate nascoste, a quei punti del mondo naturale che non sono ancora stati alterati dalla mano dell’uomo.

In America c’è un’abbondanza di territori che ancora non hanno conosciuto la mano dell’uomo nel senso che il paesaggio, il landscape, non è stato cambiato. Ci sono certo degli insediamenti indigeni, ma questi sono sparsi su un territorio molto vasto e nella maggior parte dei casi non comportano drastiche trasformazioni del paesaggio, molto spesso si tratta di culture nomadi che non praticano l’agricoltura.

Perciò questi popoli non hanno il rapporto che invece hanno gli europei con la terra. Ricordiamo che coltura e cultura hanno la stessa radice proprio perché si da per scontato che la cultura nasce nel momento in cui c’è l’agricoltura, cioè c’è il rapporto stabile con il territorio, stanziale.

Agli occhi degli europei questa distesa sterminata è tutta virgin land. Dalla fine del ’700 questi europei diventeranno pienamente americani, smettono di guardare ossessivamente solo ad est, alla prospettiva e al rapporto col mondo da cui provengono, e guardano ad ovest, cioè al mondo del futuro, al mondo che li attende.


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