Cronache Universitarie

Cari Allieve e Allievi del Politecnico di Milano,

In questi giorni ho ricevuto molti messaggi da parte Vostra. In essi vi sono domande volte a cercare di comprendere meglio la attuale situazione, sono espresse preoccupazioni per il futuro di Voi giovani e del nostro Ateneo.

Siamo tanti, più di 2.500 fra docenti, tecnici e amministrativi, quasi 40.000 gli allievi: non possiamo certo riunirci tutti.

Userò quindi il web per mettere a Vostra disposizione quello che so e che ho imparato in questi anni, presentandovi soprattutto i punti che non sempre appaiono chiari nel confuso dibattito che i media ci presentano. Cercherò di individuare i vostri dubbi e di rispondere alle vostre domande. Presenterò le mie opinioni e il percorso che stiamo intraprendendo, terminerò con alcune conclusioni.

I decreti Gelmini

Sulla stampa, in molti striscioni, nelle manifestazioni si richiamano due realtà completamente diverse: la proposta del Ministro Gelmini sulla Scuola elementare e la legge 133/08 relativa al contenimento della spesa pubblica, il cui testo ricalca le proposte del Ministro Tremonti.

Vi intratterrò soltanto sulla seconda che riguarda anche le Università.

La legge 133/08 sul contenimento della spesa riguarda tutte le amministrazioni pubbliche, dai Ministeri alle Regioni, dai Comuni alla Polizia, dalle Università a tutte gli innumerevoli enti che sono prevalentemente finanziati dallo Stato.

Le riduzioni previste sono indistinte e colpiscono indiscriminatamente, senza considerare le differenze di funzioni, compiti e risultati delle varie tipologie di amministrazioni.

Per quanto è relativo alle Università statali come la nostra, le due conseguenze più rilevanti di questa legge approvata prima dell’Agosto 2008 sono le seguenti:

  • una riduzione del finanziamento statale al sistema universitario (FFO = Fondo di Finanziamento Ordinario) a partire dal bilancio 2010 (quindi dal 1 gennaio 2010);
  • la drastica riduzione del turn over (ogni 10 persone che vanno in pensione, ne possono entrare soltanto 2 fino al 2012 e poi 5 dal 2013)
  • la possibilità di trasformare le università in Fondazioni di diritto privato.

Il Finanziamento statale del sistema universitario

Ogni anno la Finanziaria stabilisce l’ammontare del Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO), cioè i soldi che vanno al Sistema Universitario statale. Questa somma è a disposizione del Ministero che la ridistribuisce fra i differenti Atenei. La somma è cresciuta dal 1995 al 2005 ed è praticamente stazionaria da tre anni. Vale oggi circa 7 Miliardi di euro. La legge prevede una riduzione di circa il 20% in tre anni di tale somma senza considerare che, nel nostro Paese, il finanziamento alle Università è fra i più bassi di Europa. (Basta guardare i dati dell’OCSE).

Bisogna combattere affinché tale riduzione non avvenga: ciò è reso difficile non solo dalla situazione economica mondiale che sta peggiorando di giorno in giorno, ma anche dalla disuniformità e dalla credibilità attuale del sistema universitario.

Vi sono Atenei che hanno utilizzato bene la loro autonomia ed altri meno bene.

Vi sono Atenei che hanno investito per migliorare i servizi agli studenti e le infrastrutture di ricerca, altri hanno soltanto assunto persone, talvolta calpestando il merito di altre.

Ma non si può fare di tutta l’erba un fascio, altrimenti si finisce col dire che nulla funziona.

Gli effetti del taglio di finanziamento possono essere ricondotti a due tipologie differenti.

La prima riguarda quegli Atenei che hanno esagerato nelle assunzioni di personale ed oggi hanno un costo del personale che praticamente mangia tutta la loro dotazione statale (forse avete sentito dire che il rapporto fra spese di personale e FFO di ogni Ateneo non dovrebbe superare il 90%, che vi sono Atenei che hanno superato tale rapporto, che con gli adeguamenti stipendiali questo rapporto continuerà ad aumentare). Questi Atenei, se la legge venisse mantenuta inalterata, sono destinati, chi subito, chi fra due - tre anni a fallire perché non saranno più in grado di pagare i loro dipendenti.

La seconda riguarda quegli Atenei, come il nostro, che, pur avendo aumentato negli anni il loro personale docente, tecnico e amministrativo, sono stati attenti a non caricarsi da impegni di spesa troppo onerosi (il Politecnico di Milano ha spese fisse di personale pari al 67% di FFO a fronte di una media nazionale dell’86%) ed hanno utilizzato la differenza per investimenti in attrezzature, infrastrutture, creazione e miglioramenti dei servizi offerti. Di fronte a un taglio di finanziamento statale, questi Atenei non sono condannati al fallimento, ma dovranno ridurre spese e servizi.

Chi, come noi, ha già fatto ogni tipo di razionalizzazione e di economia, dovrà cercare, in tutti i modi possibili, di mantenere la qualità di tutti quei servizi che vi fanno apprezzare il nostro Ateneo.

Io confido che, a meno di cataclismi economici, il Governo dovrà rivedere le sue decisioni, almeno nei riguardi di quegli Atenei che hanno dimostrato di saper bene gestire le risorse loro assegnate.

Se insisterà nella sua decisione, vorrà dire che il Governo desidera uccidere le nostre università, portando il nostro Paese a diventare vassallo di altre Nazioni, in particolare di quelle che molto stanno investendo in formazione e ricerca.

La riduzione del turn over

La riduzione imposta dalla legge per il turn over nasce forse da un ragionamento meramente economico, ma non considera le conseguenze che sono devastanti per tutti.

Il ragionamento è il seguente: riduciamo le persone, così riduciamo il costo degli stipendi e quindi compensiamo con tale riduzione il minor finanziamento. A supporto di tale ragionamento si portano i difetti del sistema: modalità di reclutamento non sempre irreprensibili, proliferazione di corsi di laurea istituiti per soddisfare più gli interessi dei docenti che le necessità formative degli allievi, scarsa presenza dei docenti negli Atenei, incapacità di auto governarsi correttamente, autoreferenzialità e mancanza di valutazione dei risultati.

In fondo si è contribuito a creare uno slogan che purtroppo sta attecchendo nella opinione pubblica: le amministrazioni pubbliche sono costose e inefficienti, l’università è una amministrazione pubblica, quindi la università è inefficiente e sprecona.

E’ un ragionamento che combatto da 5 anni e che non è facile da contestare perché l’opinione pubblica è sempre più attenta agli aspetti negativi che le vengono presentati che a quelli positivi. Basta una truffa a un test di medicina in un Ateneo per dire che tutti gli Atenei stanno truffando, basta una assunzione chiacchierata per dire che tutti i concorsi universitari sono truccati, basta dire che una università ha scoperto un buco nel suo bilancio per dire che il sistema delle università pubbliche è fallito.

Il gusto della generalizzazione purtroppo ormai caratterizza tutti, molti si accontentano di soli slogan, pochi amano ancora conoscere prima di parlare.

La legge è devastante perché colpisce tutti indiscriminatamente e ingiustamente. Chi ha limitato il numero di assunzioni, chi ha fatto una programmazione attenta dei ricambi generazionali viene colpito irrimediabilmente.

La legge colpisce drammaticamente tutti i giovani che oggi collaborano a vario titolo con i docenti (dottorandi, post doc, assegnisti di ricerca) e che contavano un giorno non troppo lontano di entrare in una posizione stabile in università.

In definitiva si deve combattere per modificare la decisione legislativa perché è profondamente ingiusta, perché taglia le gambe al ricambio generazionale, perché colpisce le aspettative dei giovani, perché va esattamente nel senso contrario al riconoscimento del merito, perché indebolisce in modo irreversibile l’università che, senza l’immissione di giovani, diventerà vecchia e obsoleta nel giro di pochi anni.

La possibilità di trasformare le università in Fondazioni

E’ stato detto in molti interventi che l’articolo di legge che consente alle università statali di trasformarsi in Fondazioni di diritto privato e non dice come e con la partecipazione di chi, che è talmente vago da essere non attuabile, che, con esso, si annuncia un cambiamento di strategia da parte del Governo nei riguardi del sistema della formazione e della ricerca italiano.

Vediamo di ragionarci un attimo. Un Ateneo potrebbe trasformarsi in fondazione se, accanto allo Stato, intervenissero dei partner privati disposti a sostenere economicamente l’Ateneo.

L’On. Mauro, vice presidente del Parlamento europeo, si è chiesto recentemente in un convegno: dove si può trovare un imprenditore così pazzo da caricarsi l’onere di contribuire finanziariamente alle spese correnti di un Ateneo o di una Scuola che, per definizione, non sono in grado di restituire utili? Quale privato può investire a fondo perduto?

Si potrebbe pensare a una Fondazione che veda Stato, Regione, Provincia, Comune insieme a Fondazione Bancarie e Associazioni varie. Ci si dimentica che è necessario una quota di contribuzione privata maggiore del 50% per rendere “privata” una fondazione e quindi per renderla indipendente dalle regole imposte dal contenimento della spesa pubblica (i famosi parametri di Maastricht).

E’ oggi impensabile che le Fondazioni bancarie si sostituiscano in larga misura allo Stato per finanziare annualmente il sistema della formazione e della ricerca e quindi gli Atenei.

Non vi sono altre alternative: in tutto il mondo le Università funzionano perché ricevono il loro prevalente fabbisogno finanziario o dalla Collettività Sociale o dalla contribuzione diretta degli Allievi. Nel primo caso l’Università si caratterizza come pubblica, nel secondo come privata (in Italia la prima è denominata statale, la seconda non statale).

Il primo modello considera prevalente il vantaggio di avere formazione e ricerca a servizio della competitività della intera Comunità sociale. Il secondo modello considera prevalente il vantaggio del singolo (allievo o impresa) che riceve la possibilità di incrementare la propria competitività personale.

In Europa è sicuramente prevalente il primo modello tanto che la quasi totalità di studenti universitari frequentano università pubbliche (in Italia sono oggi il 94%).

Cosa fare

Resta un anno per cercare di rovesciare la situazione e certamente non si possono aspettare gli ultimi mesi del 2009 per riuscirvi. D’altra parte è evidente che azioni non coordinate non possono che essere inutili e controproducenti.

Credo che ognuno, prima di partecipare ad una qualsiasi iniziativa, dovrebbe ragionare non in base ai propri sentimenti, bensì valutando razionalmente le possibili conseguenze.

Mi spiego con un esempio: le attuali manifestazioni spontanee possono essere considerate esaltanti da chi vi partecipa per il loro forte impatto mediatico, ma il monitoraggio delle loro conseguenze sembra dimostrare che nella opinione pubblica sta crescendo il fastidio e quindi il rafforzamento delle posizioni più contrarie alla nostra università. Ciò rende ancora meno condiviso dalla maggioranza dell’opinione pubblica il tentativo di mitigare gli effetti della legge e di mantenere pubblico il nostro sistema universitario. Rende invece più condiviso qualsiasi atto teso a penalizzare i nostri Atenei.

Quello che bisogna fare subito, tutti insieme, riguarda soprattutto la politica interna degli Atenei. E’ quanto mai necessario che ogni Ateneo risponda, il più rapidamente possibile, alle critiche che vengono mosse in modo generalizzato, o per dimostrare di esserne esente o per modificare i propri comportamenti.

Quali sono queste critiche?

  1. Le Università sono accusate di aver prolificato i corsi di laurea e gli insegnamenti per favorire i desideri dei docenti. Si deve rimodulare la didattica in modo da erogarla sempre più all’insegna del principio della effettiva centralità della formazione dell’allievo e delle sue concrete possibilità di trovare sbocchi lavorativi soddisfacenti.
  2. Le Università sono accusate di dissipare tempo e soldi in una ricerca inutile e costosa che serve soltanto alla carriera accademica di chi la produce. Si deve promuovere una ricerca sempre più al servizio della competitività internazionale del nostro Paese e quindi ci si deve battere affinché il Governo promuova il riconoscimento della qualità e del merito a seguito di valutazioni attendibili, analoghe a quelle ormai abituali in molti paesi europei.
  3. Le Università sono accusate di seguire processi poco trasparenti nel reclutamento dei giovani e nell’avanzamento di carriera dei docenti. Si deve promuovere un sistema di valutazione che porti a una qualità certificata da parametri obiettivi e procedure innovative nel reclutamento dei docenti e dell’inserimento dei giovani.
  4. Le Università sono accusate di aver prolificato a dismisura le loro sedi didattiche. Si deve promuovere una revisione della distribuzione a livello regionale o macroregionale della propria offerta formativa e della ricerca nell’interesse dei territori, anche sviluppando interazioni ed integrazioni forti tra Atenei in un’ottica di complementarietà;
  5. Le Università sono accusate di avere una visione corporativa nelle proprie modalità di governo. Bisogna testimoniare l’impegno di modificare il proprio assetto di governance interno per evitare derive autoreferenziali attraverso una netta separazione tra funzioni di indirizzo delle attività didattiche e scientifiche, e responsabilità di gestione delle risorse;
  6. Le Università sono accusate di non riuscire a verificare l’impegno dei propri docenti nella didattica e nella ricerca. Ci si deve attivare per garantire sempre di più il rispetto di un codice etico di comportamento, anche misurando la produttività dei propri docenti.

Allora cosa fare verso l’esterno?

  1. Bisogna combattere per convincere tutti gli Atenei ad attivarsi in queste direzioni.
  2. Bisogna combattere perché alcuni imbocchino questa strada fin da subito, nella speranza di essere di esempio per gli altri.
  3. Bisogna mettersi in discussione di fronte al Paese all’insegna della trasparenza e dell’obiettività.
  4. Bisogna essere disponibili a confrontarsi con esperti del Ministero dell’Economia e delle Finanze sui propri bilanci e sui criteri di gestione adottati, superando ogni forma di autoreferenzialità.

Come vedete bisogna imboccare una strada stretta, difficile e in salita che richiede l’impegno di tutti e soprattutto il rispetto delle Istituzioni di appartenenza.

Il Politecnico di Milano, insieme ad altri Atenei, può già dimostrare di essere esente da molte delle critiche che vi ho sopra riportato e di aver già preso la decisione di attuare processi che gli consentano ulteriori miglioramenti.

Noi, Rettori di questi Atenei, abbiamo il compito di combattere su diversi tavoli per fare in modo che il Governo possa riconoscere la utilità di queste azioni, per convincerlo a stipulare un “patto di stabilità”, cioè un accordo di programma individualizzato Ateneo per Ateneo, che accordi un finanziamento dignitoso a fronte di precisi obiettivi da raggiungere nella didattica, nella ricerca, nella gestione.

Conclusioni

Insieme ad altri Rettori sto combattendo in tutte le direzioni che Vi ho delineato, ho bisogno dell’appoggio di tutti e soprattutto di Voi allievi.

Se dovessero arrivare dal Governo segnali precisi di non disponibilità alla discussione sulla base delle linee che Vi ho indicato, allora sarà chiara la sua volontà di penalizzare anche gli Atenei più aperti al cambiamento ed i loro Rettori saranno costretti ad assumere tutte le iniziative necessarie per evitare la catastrofe dell’intero sistema universitario pubblico del Paese.

Non possiamo perdere la battaglia volta a migliorare la competitività internazionale del nostro Paese, competitività necessaria per assicurare un futuro a tutti Voi.

Resto a Vostra disposizione per approfondire i temi che più Vi interessano, per confrontarmi con Voi, convinto che soltanto attraverso il dialogo possiamo costruire un futuro sempre migliore del nostro Ateneo.

Giulio Ballio
Rettore


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Ormai già da tempo si parla dell’inefficienza del sistema scolastico italiano, il quale sforna sempre più spesso studenti ignoranti ed impreparati ad affrontare il mondo del lavoro, almeno a detta delle statistiche. Una riforma della scuola dovrebbe andare a colmare le grandi lacune del nostro sistema, affinché dalle scuole e dalle università italiane escano giovani preparati, sui quali far ruotare tutto il sistema sociale, nonché economico, del nostro paese. Al centro dell’attenzione dovrebbe quindi esserci il problema sul come formare al meglio gli studenti italiani, e a tale scopo l’attuale ministro dell’istruzione Mariastella Gelmini avrebbe dovuto “proporre” la nuova riforma.

L’impressione è però un’altra; più che una riforma della scuola, quella proposta dalla Gelmini sembra essere una riforma economica, col solo fine di far quadrare il bilancio dello stato. Avete mai pensato a qual’è il termine più utilizzato nei notiziari o negli articoli di giornale negli ultimi tempi? - Tagli -. Si “taglia” ovunque per racimolare più denaro possibile, e giustamente non si può mica tagliare sugli stipendi dei parlamentari? Non sarebbe giusto! Si taglia invece alle scuole pubbliche, alle università, al fondamento stesso della nostra società. Tutti i provvedimenti presi mirano a risparmiare denaro pubblico, e non importa se, per risparmiare sugli stipendi dei maestri, un bambino si troverà in classi numerosissime dove a fine anno - forse - il maestro sarà riuscito a ricordare il suo nome, o se ad uno studente universitario verrà insegnata una materia di cui il professore ne sa - forse - un po’ più di lui, tutto perché c’è stato un taglio sul personale docente.

La nuova legge va chiaramente contro il principio stesso di riforma, la quale, proprio per definizione, dovrebbe modificare uno stato di cose al fine di migliorarlo.

Come si può chiaramente notare, anche e soprattutto grazie ai numerosi altri articoli scritti a proposito, la nuova riforma (e non aggiungerei altro) andrà a danneggiare studenti e docenti, senza sconti per nessuno, se non per i famigerati baroni che, come sempre, non mancano.
Forse è già tardi per protestare, perché la legge 133 è già passata, guardacaso ad agosto (altro punto su cui si potrebbe molto discutere), ma la speranza è l’ultima a morire.

Per difendere la nostra università, il nostro diritto allo studio, occorre una protesta diversa, compatta, coerente ed organizzata, una protesta che faccia notizia e che  possa coinvolgere anche persone che forse oggi non hanno nulla a che fare con l’università, ma che magari un giorno vi ci vedranno  studiare i propri figli o nipoti, o che invece vogliano solo che la nostra società migliori dalle sue radici.

Noi italiani siamo noti per essere un popolo dotato di molta inventiva; è forse arrivato il momento di sfruttare questa nostra caratteristica per qualcosa di veramente importante, e magari anche per dimostrare ai tanti che criticano i giovani, che sappiamo fare molto più che sfilare, urlare e scrivere “okkupazione”.


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Come forse non saprete, il mondo studentesco universitario è in forte agitazione per gli ENORMI, INSENSATI E INDISCRIMINATI TAGLI che colpiranno il sistema delle Università pubbliche, le quali potranno trasformarsi in Fondazioni private.

Il sapere non doveva essere di tutti?

Il famigerato decreto 112 farà danni ovunque, in particolare ridurrà drasticamente il numero di ricercatori e il ricambio dei docenti, costringerà le Università ad aumentare le tasse agli studenti e non ci saranno più soldi per la ricerca, né per la didattica ordinaria. Già le nostre Università, come Fierabras ha scritto in precedenza, non hanno vita facile, adesso siamo giunti al momento finale, ed è già pronto il funerale per la vecchia Università che ti aiutava e insegnava a ragionare, a crescere, non solo ad acquisire nozioni e crediti formativi.

Non venitemi a dire che finalmente saranno puniti i baroni.

Quelli che il Governo addita come baroni che percepiscono stipendi troppo alti, non verranno assolutamente toccati. Quale Premier sarebbe così scemo da scontentare i docenti anziani ed emeriti, che potrebbero addirittura fare notizia dando un parere contrario alla finanziaria?

La stampa, la tv, i mezzi di informazione nazionale non stanno dicendo assolutamente NULLA di quello che accade. Sapete che in alcune Facoltà è già stata bloccata la didattica? Sapete che questo è l’unico mezzo per far sopravvivere l’Università pubblica? Mi chiedo quanto ancora il resto della popolazione italiana potrà restare indifferente a questa umiliazione della cultura. O vogliamo essere tutti schiavi scemi e felici invece di persone consapevoli e in grado di liberarsi grazie al proprio cervello?

In tantissime Università italiane si stanno facendo assemblee di studenti e cortei contro il decreto, e proprio ieri c’è stata l’Assemblea degli studenti a Lettere e Filosofia. Hanno preso la parola vari docenti e ragazzi.

Quello che è emerso è che bisogna generalizzare la protesta, e noi che siamo Sapienza, la più grande università d’Europa, dobbiamo essere di esempio per tutti gli altri istituti più piccoli. Se abbassiamo noi la testa, tutti gli altri la abbasseranno e ha aggiunto Marco, un dottorando del dipartimento di Fisica:

C’è una grande agitazione nel mondo della scuola. Le Facoltà scientifiche di Firenze e Bologna sono occupate. I ricercatori sono sfruttati, lavorano gratis. E anche gli studenti lavorano gratis quando fanno mesi e mesi di stage non retribuiti presso le aziende

Il processo di privatizzazione non è imputabile solo a questa finanziaria, ma anche a riforme precedenti.
Un docente di Scienze Umanistiche ci porta i saluti del Preside Roberto Antonelli e aggiunge che la nostra facoltà già da luglio distribuiva documenti di critica al decreto 112. Poi fa un confronto con la Germania:

Anche in Germania il governo ha operato tagli alle Università, ma sono stati fatti con criterio e preceduti da uno studio e una valutazione del sistema universitario e sono stati dati generosi fondi alle Università con grandi risultati in ricerca e didattica

Nei prossimi anni sarà assunto un ricercatore ogni cinque docenti che andranno in pensione. Per ora le entrate dovute alle tasse universitarie possono costituire al massimo il 23% del bilancio di una Università pubblica e attualmente Sapienza ha questo valore al 10%. Il che vuol dire che i tagli costringerebbero la nostra Università ad aumentare le tasse, e potrebbe più che raddoppiarle restando comunque al di sotto dei limiti consentiti.

Interviene poi il prof. Bevilacqua, docente di Storia contemporanea.

Approvo incondizionatamente la vostra causa. Non aspettatevi nulla dai docenti, perché se anche c’è scontento tra di loro, in pochi vi daranno appoggio. Dovete condurre la lotta da soli. Questa legge è perversa perché non è sentita dai docenti, ma sarete voi a subirne le conseguenze. Dovete essere tempestivi e mobilitarvi ora, perché vedete, in politica è molto importante il MOMENTO. Queste lotte non compaiono sulla stampa, dovete prendere contatti e diffondere al massimo la notizia. Fate inoltre una mappa con la geografia delle agitazioni per far capire che vi state mobilitando tutti. Bisogna partire da una occupazione aperta della Facoltà, e voi ragazzi politicizzati dovete conquistare e coinvolgere tutti gli altri, perché quella che difendete è una causa universale. Coinvolgete le famiglie, la gente per strada. La TV diffonde immagini sbagliate dell’Università e l’opinione comune la vede come un’istituzione distaccata ed elitaria. Perché ci sono i soldi per armare l’Italia in caso di guerra quando la Costituzione la rifiuta e non per voi giovani?
Il conformismo culturale e politico di questo paese è soffocante.

L’università è patrimonio di tutti i cittadini, è la culla dello sviluppo intellettuale di un paese, non si può prescindere da esso, perché da esso deriva ogni altro tipo di sviluppo.

Quando i telegiornali vorranno parlare di noi studenti e delle nostre proteste, l’italiano medio penserà: “Vedi le Università pubbliche? Non hanno voglia di fare niente questi ragazzi, meglio sopprimerle che sprecano solo soldi”.

Dobbiamo fare come in Francia. Protestare e bloccare la didattica. Una protesta civile ovviamente, ma ferma, compatta e fatta da tutti gli studenti, i professori, i ricercatori, le famiglie e le persone che vorranno difendere la cultura e la dignità del proprio paese.


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Ed ecco l’ultima parte di questa serie.

Ora, faremo per Informatica la stessa analisi fatta per Ingegneria Informatica, per poi confrontare i due corsi. Scelgo anche qui il curriculum utile ad accedere alla Laurea Magistrale senza debiti formativi, quello metodologico.

Il primo anno l’ho ben analizzato qui, ma ve lo ripropongo:

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Come promesso nella serie di articoli Studiare Informatica alla Sapienza, in questa miniserie di articoli esaminerò il piano di studi del Nuovissimo Ordinamento di Ingegneria Informatica, sempre alla Sapienza, confrontandolo con il nuovo corso di laurea in Informatica, e dando i miei personalissimi giudizi di merito.

Innanzi tutto, una panoramica del Corso di Laurea

Vi sono due indirizzi:

  • Indirizzo Sistemi Informatici (18 crediti esami, 12 crediti tirocinio)
  • Indirizzo Propedeutico alla Laurea Magistrale (PLM) (30 crediti esami)

Con il primo, si fa un esame in più al primo anno (Statistica) e uno in più al terzo anno (Diritto nella Società dell’Informazione), e uno a scelta tra Progetto di reti e sistemi informatici e Progetto di applicazioni software, entrambi al terzo anno.

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Il nostro gruppo nasce da un progetto preciso e le sue origini risalgono all’idea della Professoressa Irene di costituire un coro di lingua tedesca che cantasse in occasione delle feste.
L’invito a partecipare era stato esteso a tutti gli studenti del corso, tuttavia a raccogliere la proposta siamo stati in pochi.

La prima occasione di metterci alla prova è arrivata a pochi giorni dalle vacanze natalizie del Dicembre 2007, quando ci siamo “esibiti” davanti a studenti e professori mentre si festeggiava il Natale in Aula 6.

In seguito abbiamo intonato i nostri canti e canzoni nelle più svariate occasioni, fino ad esibirci al Goethe Institut durante la festa di arrivederci per la professoressa Ulrike, di ritorno in Germania.

Scheda dei membri

Alessandro: è il chitarrista del gruppo e sa cantare anche come basso o tenore nelle performance esclusivamente vocali. La sua età non è definita, ma si può dedurre misurando la lunghezza dei capelli, che non taglia dalla nascita.

Silvia: una ragazza acqua e sapone e senza peli sulla lingua. E’ nota a molti perché nei momenti in cui hai troppa fame e uccideresti per una crosta di pizza masticata, lei ti parla dei piatti succulenti che prepara a pranzo e cena.

Serena: è la voce portante del gruppo e ogni tanto si diletta alla chitarra. Ha una spiccata vena artistica e spesso sogna ad occhi aperti. Cosa positiva: il suo gatto è bellissimo. Cosa negativa: abita troppo lontano.

Antonella:non sa cantare né suonare. In compenso riesce sempre a far ridere gli altri grazie alle sue figuracce eclatanti. E’ alla costante ricerca di distributori automatici con resto avanzato.

Professoressa Irene: suona la chitarra e il violino e canta. E’ la coordinatrice e la promotrice del gruppo, i suoi metodi per organizzare le prove e le attività del coro spaziano dalla persuasione alla minaccia fisica.

Il componente misterioso: l’identità di questa persona varia ad ogni esibizione. Ogni volta che cantiamo c’è sempre qualcuno che si aggiunge all’ultimo secondo.

Fabio: è una figura costantemente presente e l’addetto principale al supporto morale. Recentemente ha fatto anche da reggi-spartiti.


Davide: è il cameraman ufficiale delle nostre esibizioni, nonché l’addetto al montaggio dei filmati. Senza di lui non avremmo mai potuto diffondere le nostre immagini.



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Leggenda universitaria

da phantom, in Cronache Universitarie, Fun | 29 Luglio 2008 @ 10:59 | un commento

Dovete sapere che Villa Mirafiori è una delle sedi distaccate dell’Università Sapienza di Roma. Si dice che nei sotterranei dell’antico edificio, al di sotto degli intricati corridoi della biblioteca, si aggirino degli spettri. Questi fantasmi sono le anime dei vecchi professori che hanno insegnato in quel posto e che ora proteggono e sorvegliano la Villa.
Accadde una volta che uno studente, in preda all’agitazione durante un esame scritto, non riuscisse a rispondere neanche a una domanda, nonostante avesse studiato tanto. Uno dei fantasmi, accorgendosi di quello che accadeva, apparve al ragazzo e lo aiutò a portare a termine l’esame. Fu promosso con un ottimo voto.

Ecco perchè i ragazzi a Villa Mirafiori si presentano quasi sempre agli esami: nei momenti in cui sembra loro di non ricordare nulla, c’è uno spettro pronto ad andare in aiuto.


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Ero appena uscita da una lunga lezione mattutina, passata con il sedere a terra vicino alla cattedra, nel caldo soffocante che può esserci in un’aula affollata da 200 persone compresse come le mucche che vengono portate nei camion dall’Argentina.
Dopo aver attraversato il cortile per uscire dall’uni, mi ero comodamente sistemata su una panchina del parco li vicino per leggere e sgranocchiare qualcosa in attesa del Koteko.

Nonostante gli sguardi malevoli “GuardaCheMaleducatiQuestiGiovaniD’Oggi” delle vecchie, mi ero sdraiata a metà, con i piedi sulla panchina e leggevo e mangiavo, tutta concentrata e presa dalla lettura.
Mi beavo godendo della meritata pausa, cercando anche di catturare qualche raggio di sole per abbronzare le guance, quando qualcuno si è frapposto tra me e il sole, facendo ombra sul mio libro e sul mio viso.

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