agosto, 2008

Nella rete dell’indifferenza

da Fierabras, in Noi e la Terra | 31 agosto 2008 @ 08:00 | nessun commento

Una domanda mi gira per la testa da qualche tempo: ci sono vite umane più importanti di altre? Domanda dalla risposta scontata, si direbbe, ma proviamo a fare mente locale. Facciamoci un esame di coscienza, e rispondiamo a una semplice domanda: la morte di 100 iracheni ci colpisce come la morte di 100 italiani? Anche in questo caso la risposta è ovvia, solamente che ammetterla a noi stessi ci fa vergognare (o meglio, ci dovrebbe far vergognare).

La risposta più comune a questa questione è una specie di giustificazionismo su base antropologica: è normale, si dice, che si sia emotivamente più coinvolti dal proprio gruppo nazionale, etnico, religioso o culturale. Non ne sarei così convinto. Ricordiamo ancora tutti la tragedia immane che ha colpito la Spagna l’11 marzo 2004, con le centinaia di morti di Madrid. Ma è una tragedia più grande di quella di migliaia e migliaia di iracheni morti nello stesso modo? Sia chiaro che non sto puntando a dimostrare che si è esagerato nella commozione per quella tragedia, tutt’altro, ciò che a me sconvolge semmai è il fatto che altre morti possano diventare routine. La banalità del male.

Non esiste nemmeno giustificazione possibile in un discorso qualunquista come “il fatto è che si tratta di fatti lontani e il senso comune non li percepisce nella loro reale drammaticità”. Non è neanche questo.

Perché l’orrore dell’indifferenza ci sorprende tranquillamente anche a “casa nostra”, e ha come aspetto quello di due zingarelle annegate, coperte appena da un telo da mare in attesa dei soccorsi, mentre i turisti intorno osservano la scena mangiando tramezzini e giocando a racchettoni. Una scena talmente sconvolgente da portare l’arcivescovo di Napoli a condannare la tragicità della perdita di qualsiasi amore per la dignità umana.

Ma come si dice, tanto mica erano italiani. E magari volevano pure rubare quelle zingarelle. Due in meno.


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Kung Fu Panda - Recensione a caldo

da phantom, in Musica, Film e Libri | 30 agosto 2008 @ 10:02 | 4 commenti

Appena tornata dal cinema, dopo aver visto Kung Fu Panda, uscito proprio ieri nelle sale italiane.

La storia ruota intorno a Po, un panda ciccione, goffo, ingordo e appassionato di Kung Fu (che pratica nei propri sogni :P). Po vive con il padre, un pennuto a metà tra uccello e papera, che cucina spaghetti in piccolo ristorante, tramandato di padre in figlio dopo che il nonno l’aveva vinto a Mahjongg.

Il villaggio dove Po abita è ai piedi di un monte sul quale vivono, meditano e si allenano un vecchio maestro tartaruga illuminato, un secondo maestro (che mi è sembrato un panda rosso, ma non saprei), e cinque fortissimi allievi famosi in tutta la Cina: Tigre, Scimmia, Mantide, Vipera, Gru.

Per una serie di divertenti motivi, Po si trova ad essere scelto dalla tartaruga illuminata per diventare il Guerriero Dragone, colui che porterà la pace nella valle.

Po è maldestro, mangione, confusionario, ma non molla nonostante l’iniziale ostilità del maestro Shifu, che a me, e credo anche ad altri, ricorda molto Yoda di Guerre Stellari.

Poi non vi racconto il resto altrimenti vi tolgo il gusto di andare a vedere la parte divertente, che inizia dopo gli eventi che ho appena raccontato.

Si, perchè il “primo tempo”, ovvero i primi 40 minuti mi sono sembrati un pò sciapi, incentrati sul far ridere per la corporatura del protagonista, con poca originalità nell’intreccio. Poi vengono i momenti divertenti, in cui la spettacolarizzazione dell’immagine e delle tecniche di animazione si alleano con le scene e la trama per regalare pezzi simpaticissimi.

Una cosa che non mi va giù, e che mi aveva infastidito anche in Batman, il Cavaliere Oscuro, è il doppiaggio del protagonista. Scusate ma a me non basta che sia un nome famoso a dare la voce per dire che la voce sia fantastica. Il nostro panda panzuto a tratti parla un italiano impeccabile, a tratti si lascia andare a un dialetto lombardo a mio parere inopportuno e soprattutto ingiustificato. Toni di voce scontati ed espressività lasciata ai movimenti facciali (che in queste animazioni sono sempre esasperati).

Altra cosa che vorrei capire è perchè questi maestri custodi dell’arte, della saggezza e della forza, si somiglino tutti tra loro. Statura da folletti e orecchie grandi. Chissà quale studio c’è dietro.

Intanto che il film fa il suo debutto nel nostro paese, dalla Cina l’artista visivo Zhao Bandi fa causa alla Dreamworks perchè alcuni elementi del film offendono, secondo lui, la figura del panda, animale particolarmente caro alla tradizione della sua terra: ad esempio Po ha gli occhi verdi e per l’artista il verde è un colore negativo che non potrebbe mai esprimere buoni sentimenti.

Giudicate voi, io consiglio il film perchè mi ha fatto ridere…ma non spendeteci 7 euro.


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La Cisco System ha confermato di aver stipulato un accordo per rilevare PostPath, l’alternativa open source a Microsoft Exchange.

L’acquisto è costato 215 milioni di dollari e si inserisce nella strategia, annunciata a inizio mese da Cisco, di inglobare progetti che sul mercato occupano una posizione esterna rispetto al business attuale dell’azienda.

PostPath è il software ideale per rispondere alle intenzioni di Cisco di estendere le funzionalità della sua piattaforma collaborativa WebEx, basata sul modello Saas, software-come-servizio, che comprende già instant messaging, videoconferenze, gestione di dati e documenti e applicazioni Web 2.0.

PostPath è basato su software open source tra cui Gnu/Linux (kernel 2.6), Postfix e Samba e andrà ad integrare le funzionalità calendario ed email di WebEx.

Gli sviluppatori hanno dovuto fare reverse engineering dei protocolli Active Directory e MAPI della Microsoft. Protocolli che sono stati aperti in seguito da Redmond su decisione della Commissione Europea, la cui azione favorisce adesso la nascita di nuovi progetti alternativi a PostPath, come OpenChange.

Microsoft Exchange ha attualmente il 65% di share, tuttavia l’acquisto di PostPath da parte di un gigante come Cisco non avrà fatto di certo sorridere Ballmer.

Noi siamo sempre felici quando la concorrenza aumenta, soprattutto quando a beneficiarne sono gli utenti, dal punto di vista della qualità, dell’interoperabilità e del costo del prodotto.


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Molto spesso sul forum di ubuntu-it.org giovani pinguini scrivono topic come “Imparare a programmare” e simili.

La sezione Programmazione ne è ovviamente piena, ed è una cosa bella: mi auguro sempre che su dieci che vogliono iniziare, uno si metta a scrivere software libero.

Girando sul web, ho visto che questa tendenza c’è in qualsiasi community un po’ geek, come c’era su IRC quando bazzicavo anni fa i canali riguardanti Linux e le distribuzioni che usavo, e su qualsiasi forum con ragazzi che si avvicinano all’informatica oltre i videogiochi e l’uso da utente.

Indubbiamente è un argomento che attira molto, ma ci sono una serie di problematiche per chi inizia che spesso decretano il fallimento del tentativo e la successiva rinuncia:

  • Troppe risposte diverse. I consigli degli esperti spaziano dall’Assembler al F#.
  • Incapacità di chi aiuta di comprendere almeno un minimo la psicologia di chi scrive.
    Si assume che sia un geek qualcuno che ha appena installato Ubuntu e ha chiesto aiuto già tre volte per trovare il Solitario, e si consiglia il Logo a chi sta già provando a fare danni con la shell bash.
  • Sovraffollamento di documentazione. Già è difficile per chi inizia scegliere tra dieci manuali diversi, ma se gli esperti ne consigliano ciascuno uno diverso…ci siamo capiti :)
  • Difficoltà per il principiante di essere immediatamente operativo, con alcuni linguaggi e se i consigli non sono adeguati alla sua conoscenza del sistema.

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Come Maga Maghella

da phantom, in Vignette | 26 agosto 2008 @ 19:05 | nessun commento

Ho un vecchio mazzo di tarocchi, appartenuto alla mia bisnonna. Le carte sono ingiallite e consumate ma le figure, seppur scolorite, conservano il loro fascino grottesco e seducente.

Una mia amica un giorno è venuta a casa e ha visto i tarocchi.
“Posso leggerti le carte?” Mi ha chiesto
“Sei capace? Io no”.
“Ci provo, faccio come Maga Maghella!”

Così ha mescolato il mazzo, ha messo delle carte coperte sul tavolo e ne ho scelta una. Prima di girarla mi ha detto di formulare una domanda. Ci ho pensato un po’ e poi ho chiesto:
“Che succede se non sono sempre sincera?”

La mia amica ha sollevato e rivelato il tarocco che avevo scelto. Ridacchiando poi ha esclamato:
Il Presidente del Consiglio!”
“E che vuol dire?” Ho sgranato gli occhi.
“Le bugie accorciano le gambe ma accrescono il potere!”

La carta era pressappoco così:


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MindShake su Bloghissimo.it

da koteko, in La BlogSfera | 25 agosto 2008 @ 16:41 | 2 commenti

MindShake è stato accettato  da Bloghissimo, relativamente nuovo aggregatore di Feed RSS con una particolarità: l’iscrizione non è automatica, lo Staff di Bloghissimo valuterà i vostri contenuti per un periodo di tempo prima di accettare i vostri Feed.

Per questo motivo i contenuti sono generalmente di buona qualità. Se unite questo alla professionalità dello Staff ( tra cui Alessandro Coscia, che molti di voi già conosceranno tramite CodiceFacile) e alla gradevolissima vesta grafica, avete un aggregatore che vale la pena di aggiungere ai vostri Feed Reader :)

Ciò che inoltre è interessante rispetto agli altri aggregatori tipici, è la predominanza di articoli di Citizen Journalism, che fa di bloghissimo.it un luogo dove leggere notizie utili e originali, perché fuori dai circuiti mediatici tradizionali, e in un certo senso anche dall’informazione tramite blog.

Esempio di questo è YouReporter.it, che ho conosciuto leggendo articoli su Bloghissimo. Video e Foto da ogni parte d’Italia, con un breve commento vicino, permettono a chiunque di denunciare malfunzionamenti pubblici o privati che sarebbero passati, sui media tradizionali, sicuramente sotto silenzio. Per gran parte almeno.

Buona navigazione su questi siti allora, e se volete potete lasciarmi un commento su cosa ne pensiate e come vi siete trovati visitandoli.


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La figura del mediatore linguistico-culturale è un qualcosa tuttora molto discusso nella società italiana, una discussione dovuta principalmente all’enorme confusione terminologica che circonda la definizione di mediazione.

Mediazione, dal significato letterale di mediare, vuole significare appunto la capacità di risolvere un conflitto, un problema, che si frappone tra due specifiche entità o persone. La figura del mediatore si inserisce quindi in Italia fin dall’inizio degli anni ’90 con un preciso scopo sociale, ossia quello di aiutare a risolvere il problema dell’integrazione dei “nuovi italiani”, problema questo relativamente recente per un paese come l’Italia dove le prime ondate migratorie cominciarono ad essere registrate solo a partire dagli anni’70.

 

I flussi di filippini, cinesi, magrebini, sudamericani cominciarono quindi ad imporre all’attenzione delle istituzioni italiane una questione fondamentale per lo sviluppo del paese, ossia l’integrazione di questi nuovi arrivi nel tessuto sociale.

Di fronte all’Italia si profilarono così come esemplificative le esperienze di integrazione di due importanti vicini europei, l’Inghilterra e la Francia, con i loro due modelli profondamente diversi tra loro: quello inglese, composto da un’integrazione ma con riserva, ossia con i diversi gruppi etnici naturalizzati nella società inglese ma tendenti a rimanere in enclave rigidamente separate, e quello francese, dove gli immigrati (per lo più proveniente dalle ex-colonie, come nel caso inglese) sono stati completamente assorbiti nella società francese, ma rimanendo comunque ai livelli più bassi e marginali.

Per l’Italia si prospettava una scelta tra queste due vie, che però ancora non è stata realizzata, e anzi è proprio di questi anni la proposta generale di una ricerca di una “terza via” italiana per l’integrazione.

 

A questo scopo è apparsa sempre più come fondamentale la figura del mediatore linguistico-culturale, intesa come quella di un operatore sociale, con competenze burocratiche e giuridiche, che possa aiutare ed agevolare gli immigrati nella loro opera di integrazione nella società italiana. I problemi però non sono mancati fin da subito, essendo le istituzioni e il tessuto socio-culturale italiano in genere ancora impreparati ad una reale opera di accoglienza del cosiddetto “altro”, e quindi il mediatore spesso è stato relegato ad una semplice opera di interprete, di tramite linguistico tra l’individuo straniero e l’istituzione italiana, tralasciando quella che avrebbe dovuto essere la sua importante opera sociale di avvicinatore tra le due parti, spesso separate da veri e propri abissi di incomprensione.

Quello che quindi ci si chiede, è quando e se si intuirà l’importante funzione sociale che potrebbe essere attribuita ai mediatori, e fargli fare quel salto di qualità da “semplici” interpreti, a mediatori interculturali. Una figura quindi con una forte responsabilità sulle spalle, ma con un importante compito che ha un ruolo centrale in un paese nel quale ormai si hanno più di un milione di ingressi di stranieri intenzionati a risiedere stabilmente all’anno.

 

La cosiddetta terza via italiana, che consiste per lo più nell’immaginario delle istituzioni in un generico “il tempo sistema tutto”, è chiaramente un potenziale pericolo per un sistema di coabitazione efficace tra i vari gruppi etnici e culturali che costituiscono e costituiranno il paese.

Il palese fallimento di questo modo di pensare è testimoniato per esempio da zone come quelle di piazza Vittorio Emanuele II vicino la stazione Termini a Roma, dove le diverse etnie sono fortemente chiuse in enclave che hanno scarsissimi contatti, o li hanno in maniera per lo più conflittuale, con la comunità italiana circostante.

Il risultato di una tale integrazione è ovviamente la non-integrazione, nella quale ci si ritrova in uno Stato dove gli stranieri sono sempre più stranieri, anche quando formalmente sono nuovi italiani per cittadinanza, e per questo il mediatore culturale può avere il ruolo decisivo sopra accennato, non per una integrazione altrettanto sbagliata nella quale si chieda di annullare la propria specificità culturale, ma per una società multiculturale nella quale la presenza di varie culture e varie voci che formino un’unica anima statale non sia un’utopia ma una concreta realtà.

 

Si tratta di una sfida per quale il mediatore culturale in questione deve essere animato anche da un certo idealismo, oltre che da una solidissima preparazione per la quale le sedi accademiche già stanno rispondendo, in certa maniera.

Da qui il consiglio che dà una mediatrice culturale di origine cilena a coloro che vogliono affrontare questa professione: “più che un semplice lavoro, la mediazione culturale è una vocazione, pertanto, una persona che non sente la necessità di aiutare i propri simili, non potrà mai essere un buon mediatore.”.


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Non molto tempo fa ho letto di questo progetto appena iniziato, il Progetto Borges, che si propone si scrivere in ruby (quindi multipiattaforma) un gestionale libero per biblioteche.

Io ammiro chi si sforza di scrivere killer application libere che possano far migrare, in futuro, ambienti anche di nicchia al software libero. Purché diventino alternative valide, ovviamente.

Per questo c’è bisogno di sviluppatori. Aiuterei volentieri anche io, ma non conosco il ruby e quel poco che vedo non mi piace particolarmente. Se qualcuno lo conosce può dare una mano, credo che in questo momento abbiano bisogno soprattutto di codice, le idee sembra le abbiano chiare.

Ciò che mi è sempre piaciuto del Software Libero inteso come movimento culturale e sociale, è che ognuno può fare e fa la sua parte. Io scrivo sul blog, e qualcuno leggerà, qualcuno forse si unirà al progetto.

Loro intanto, come tanti altri nel mondo, scrivono codice facendo la loro parte. Magari, un giorno, qualcuno lo tradurrà in più lingue, o riuscirà a farlo installare in qualche biblioteca.

Spero che esista sempre questa spinta dal basso a creare, modificare, condividere, senza preoccuparsi del fatto di venire ripagati in denaro, ma sperando solamente di fare qualcosa di utile e di costruttivo, libero e utilizzabile da tutti.


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PubMed, quello che i medici non dicono

da koteko, in Corpo e Salute | 22 agosto 2008 @ 12:18 | 4 commenti

Sarà capitato a tutti di aver un malanno, qualcosa riguardo al nostro corpo che ci preoccupa, e di rivolgersi al medico di famiglia. In alcuni casi, poi, vi sarà successo di farvi visitare da più di un medico specialista, nella vostra vita. Medici di diverse età, caratteri e competenze.

Mia madre chiede tutto ai medici. Non capendo nulla di quello che le succede, chiede spiegazioni ma soprattutto consigli sugli stili di vita da adottare.

Ma quanta fiducia riponiamo nei nostri medici? Sicuramente quelli con una certa età avranno esperienza maturata sul campo, e sapranno sicuramente risolvere problemi critici che mettono a rischio la vostra vita, ma non tutti hanno il tempo, i soldi e la voglia di aggiornarsi.

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Volete fare un viaggio a Monaco di Baviera, avete prenotato (in modo vincolante) un volo low cost un mese prima ma all’improvviso vi rendete conto che capitate proprio durante l’Oktoberfest e ogni hotel o ostello della zona è pieno o costa da morire?

Niente paura!

Scherzo. Siete nei guai. E’ chiaro che dovevate prenotare prima, ma ormai è fatta…le agenzie ovviamente vi rideranno in faccia, perché i loro circuiti saranno pieni. Per noi, nonostante la partenza fosse oltre un mese dopo, è stato così.

Non vi rimane che internet. Se viaggiate da soli o avete molti soldi da buttare spendere, in realtà troverete quasi facilmente un posto in una camera da sei in un ostello o una suite di lusso libera.

Ma se come noi siete nella categoria media di chi ama viaggiare in coppia o in piccoli gruppi di tre o quattro persone, e che non vuole spendere più di 400 euro solo per il volo e l’albergo, per cinque giorni di vacanza..allora dovete cercare :)

Vi sono moltissimi siti da dove è possibile prenotare hotel, tra cui Octopus Travel, Venere e Booking.com.

Penso che cercando con questi tre non avrete problemi. Ma io voglio parlarvi di Booking.com, perché è quello che abbiamo scelto noi.

Innanzi tutto, la ricerca. Di una semplicità disarmante, vi permette di trovare tutti gli hotel disponibili il più vicino possibile a dove volete voi.

Fanno da intermediari con ogni hotel in tutto il mondo, e l’italiano è ovviamente supportato. La prenotazione non è vincolante fino al termine che vi comunicano nell’interfaccia di prenotazione. Nel nostro caso, potevamo disdire senza problemi fino a sette giorni prima dell’arrivo.

Abbiamo controllato, e le camere hanno lo stesso costo presente sui siti ufficiali degli hotel, non speculano sulle prenotazioni.

Unico neo: dovete verificare gli extra. Ad esempio, prenotando un appartamento a Monaco di 40 m2 per due persone, su Booking.com ci dicevano che il letto supplementare poteva essere disponibile. Parlando con gli addetti dell’hotel, in inglese, sembrava fosse disponibile solo per un bambino.

Ed è qui che booking.com si merita un ottimo voto: l’assistenza clienti.

Ho chiamato l’assistenza, disponibile con un numero verde anche in Italia, e un gentile operatore ha provveduto a chiarire l’equivoco, chiamando l’hotel e confermandoci un letto supplementare per un adulto.

Viaggiando all’estero, se non si conosce molto bene l’inglese, si rischia di non riuscire a ottenere per telefono tutte le corrette informazioni.

La disponibilità dell’assistenza è, nella maggior parte dei servizi e dei prodotti, di un valore inestimabile.

Per questo mi sento di consigliarvi Booking.com, anche se è necessario, come lo è per tutti gli altri, la verifica diretta dei servizi supplementari, o chiamando l’hotel o contattando l’ottima assistenza clienti :)


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